COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 2.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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15. Junius.
16. Saint-Germain, l'immortale.
17. La cripta delle Barbados.
18. Kaspar Hauser.
19. Fedor Kuzmich.
20. Vortici.
21. La misteriosa morte di Mary Rogers
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Fine Indice.
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CAPITOLO 15.
JUNIUS.

Chi si nascondeva, dietro il più temuto
critico satirico del XVIII secolo?
In questi nostri giorni di giornalismo investigativo sembra impossibile immaginare
un uomo che riesca a mantenere segreta la propria identità quando
tutti vorrebbero sapere chi è. Capita soltanto nei film di fantasia per i ragazzi.
E invece è esattamente ciò che accadde in Inghilterra negli ultimi anni del
XVIII secolo. Il personaggio misterioso era uno scrittore che
si firmava Junius, i cui elzeviri satirici contro il governo
erano letti con avidità da pletore
di lettori, re compreso. Dal punto di vista dello stile e dell'intensità della satira,
Junius è stato giustamente accostato ai grandi della letteratura inglese
come Daniel Defoe, Jonathan Swift e Samuel Butler, tutti accomunati dal
particolare di aver pubblicato i loro primi articoli sotto pseudonimo. Ma in
questi casi celeberrimi, le vere identità dei tre grandi autori, rispettivamente
di Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver e Erewhon erano poi inevitabilmente
emerse. Il segreto di Junius lo aveva invece seguito nella tomba.
La storia prende le mosse al tempo di re Giorgio III, il re della “tassa sul tè”,
quella che aveva acceso la miccia della Rivoluzione americana e il cui generale,
Wellington, avrebbe qualche anno dopo sconfitto Napoleone.
Giorgio III si era insediato sul trono nel 1760 e il suo regno era stato tribolato
sin dall'inizio. Sotto la guida di uno dei suoi grandi leader, il primo ministro
William Pitt, l'Inghilterra stava da quattro anni combattendo contro la
Francia una guerra ormai sul filo di una vittoria definitiva. Il nuovo re voleva
a tutti i costi farla finita, col rammarico dei suoi consiglieri che avrebbero
invece desiderato vedere la Francia in ginocchio, completamente annientata.
Per questo motivo, nel 1761 Pitt - che non solo odiava i Francesi e avrebbe
voluto piegarli per sempre, ma aveva intenzione di estendere il conflitto anche
alla Spagna - aveva rassegnato le dimissioni. Due anni dopo la guerra era
finita e questo “ritiro” anticipato aveva reso Giorgio molto impopolare.
Ma il vero, grande pericolo - che portò quasi alla rivoluzione - venne provocato
dall'azione di un uomo, un radicale, che si chiamava John Wilkes.
Questi era il classico tipo, sfrontato e provocatore, capace di far schiumare di
rabbia qualsiasi gentiluomo inglese. Era blasfemo, gretto, brutto e strabico,
eppure estremamente seducente. Era membro attivo del Sir Francis Hell-Fire
Club di Dashwood, una congrega di affiliati che si vestivano come i frati e invocavano
il diavolo; una volta, nel corso di uno dei rituali satanici della setta,
questi aveva terrorizzato tutti liberando nella sala un grande scimpanzé
Quando nel 1757 Wilkes era stato eletto al Parlamento era diventato un sostenitore
di Pitt. Così quando il re aveva promosso il suo anziano tutore, uno
scozzese di nome Lord Bute, al grado di segretario di stato e Bute come primo
atto aveva siglato la pace coi francesi, Pitt indignato aveva rassegnato le
dimissioni. Naturalmente Wilkes considerava Bute un avversario, un nemico
politico. Come se non bastasse, la maggior parte degli Inglesi non potevano
soffrire gli Scozzesi: non erano trascorsi neppure vent'anni da quando Bonnie
Prince Charlie aveva marciato su Londra. Per reazione Wilkes aveva fondato
un violento giornale anti scozzese che si chiamava «The North Briton».
(Un britannico del Nord era, ovviamente, uno scozzese, insomma, un po' come
se qualcuno fondasse un giornale antisemita e lo titolasse «L'israelita»).
Fra le tante velenose insinuazioni, si lasciava anche trapelare che Lord Bute
era arrivato a tanto per essere stato a lungo l'amante della regina madre,
un'accusa che aveva fatto prendere un colpo al povero re. La campagna comunque
era stata così incisiva che Bute era stato costretto a dimettersi.
Ma Wilkes non si era fermato e aveva messo in bocca al re in persona alcune
affermazioni satiriche - forse suggeritegli dallo stesso “silurato” Bute -
che alle orecchie degli alleati degli Inglesi erano suonate come accuse di tradimento.
Alla fine Wilkes era stato arrestato e tradotto alla Torre di Londra,
fatto che, inevitabilmente, aveva fatto crescere in modo smisurato la sua popolarità
presso la gente. Wilkes si appellò al “privilegio parlamentare” - in
virtù del quale un parlamentare godeva del diritto di esprimere liberamente il
suo pensiero su questioni politiche senza incorrere in sanzioni - e così dopo
una settimana era stato rilasciato. Appena liberato, Wilkes aveva dato un altro
colpo al re, accusando il nuovo segretario di stato, Lord Halifax, di abuso
di potere. (Wilkes era ben sostenuto a livello finanziario da Lord Temple, il
cognato di Pitt, che era anche il finanziatore del giornale «The North Briton»).
Ancora una volta Wilkes ce l'aveva fatta, aveva vinto la causa, ricevendo
un rimborso di 5000 sterline. Lord Halifax in compenso era saltato.
Il re era inferocito, solo a pensare a Wikes gli saliva la pressione. Ma la sceneggiata
non era ancora finita. Invece di lasciar smorzare le polemiche, il nuovo
segretario di stato Lord Sandwich (detto per inciso, colui che inventò il celeberrimo
panino) aveva deciso di far pagare salato a Wilkes il prezzo delle
sue vittorie. Era così accaduto che la Camera aveva votato contro Wilkes, considerando
il suo attacco alla persona del re alla stregua di un «libello sedizioso».
Per accelerare le cose, era stato corrotto un tipografo che stava per stampare
un libello pornografico - intitolato Un saggio sulle donne - per conto di
Wilkes. Nel corso della seduta decisiva alla Camera dei Lord erano stati letti
alcuni passi fra i più scandalosi e sconcertanti. I Lord erano convinti si trattasse
di uno scherzo, sapendo che lo stesso Sandwich era un libertino forse ancor
più di Wilkes. (Quando Sandwich aveva detto a Wilkes che sarebbe morto
di sifilide o sul patibolo, per tutta risposta Wilkes gli aveva detto: «Può darsi,
dipenderà se abbraccerò le vostre amanti oppure i vostri principi»). Ad ogni
buon conto, il colpo era riuscito. Il Parlamento, scioccato, stabilì che per quello che aveva fatto Wilkes non aveva diritto all'immunità parlamentare. Fu
condannato all'esilio e costretto a lasciare il paese, cosa
che non fece che renderlo ancor più simpatico al popolo. Il
tipografo che lo aveva tradito, vendendo
le pagine manoscritte del saggio incriminato, non riuscendo più a trovare
alcuno che gli desse lavoro per la disperazione, si era suicidato.
La successiva scelta del re per l'incarico di primo ministro era quindi caduta
su George Grenville, già alleato di Pitt. Si dimostrò abbastanza valido, anche
se aveva il difetto di tenere discorsi oceanici. Il re lo fece saltare nel
1765. Ma fu proprio sotto Grenville che il governo inglese mise in atto le prime
provocatorie sanzioni contro i coloni americani imponendo, fra l'altro, il
famigerato Stamp Act, una tassa sulla carta stampata, i quotidiani, le pubblicità
e gli atti legali. L'iniziativa aveva suscitato una così forte contestazione
che chi lo aveva sostituito era stato costretto a fare marcia indietro.
Mentre Grenville si era schierato contro Wilkes, il suo successore, il marchese
di Rockingham, che aveva sostenitori sia fra i Whig che i Tory, lo aveva
sempre sostenuto. E così Wilkes aveva deciso di tornare in Inghilterra. I
guai del re erano pertanto ricominciati. Wilkes si ripresentò per un seggio in
Parlamento, ma venne clamorosamente battuto e poiché era un fuorilegge, si
era fatto di tutto per arrestarlo. Ma Wilkes l'aveva scampata ed era riuscito a
farsi eleggere deputato del Middlesex, tornando in auge. Se solo il re avesse
avuto un po' di sensibilità, a questo punto avrebbe dovuto fare il bel gesto di
perdonarlo. Invece, l'aveva fatto condannare a due anni di prigione con una
multa di mille sterline. In un lampo, Wilkes era diventato l'uomo più famoso
d'Inghilterra. Una folla inferocita aveva assalito il carcere in cui era tenuto
prigioniero e lo aveva liberato; ma lui si era subito riconsegnato nelle mani
della giustizia. Di nuovo il popolo si era riunito per liberarlo ancora, ma questa
volta ad aspettare l'assalto c'erano soldati armati che non avevano esitato
ad aprire il fuoco, uccidendo quindici manifestanti.
Wilkes allora aveva scritto un articolo di fuoco sulle violenze perpetrate
contro il popolo. Di nuovo lo scritto era stato condannato e l'autore esiliato.
Ma tutti i contestatori l'avevano nuovamente eletto e di nuovo il Parlamento
lo aveva scacciato. Il suo divenne il caso più popolare e discusso del tempo.
Non si assisteva a una simile partecipazione popolare da quando Daniel
Defoe nel 1703 era stato messo alla gogna per lo stesso motivo ed era stato
accolto dalla gente col lancio di fiori invece che delle tradizionali uova di
scherno. Intanto il re, persistendo nella sua ottusità, mosso dal suo malcelato
desiderio di populismo e dalla determinazione di mostrarsi un “vero britanno”
(come tutti gli Hannover, era in origine tedesco per via degli incroci parentali),
passava da un fallimento all'altro.
Rockingham aveva dato le dimissioni, non riuscendo più a gestire le diatribe
fra partiti. Allora Giorgio si era sentito d'improvviso illuminato da un'idea
geniale: persuadere Pitt a riprendere le redini del governo. Il che significava,
in pratica, rimangiarsi tutto quanto era accaduto nella politica inglese degli
ultimi sei anni. Malauguratamente, la forte depressione in cui Pitt era precipitato
in quegli ultimi tempi si era trasformata in follia. Quando il re lo nominò
conte di Chatam, Pitt si era ritirato dalla Camera dei Lord e l'amministrazione
dello stato era passata nelle mani di un politico assai più giovane,
Lord Grafton. La nazione si trovava nel caos più completo.
Era stato in questo frangente che era spuntata la firma di Junius. Ora, chiunque
si nascondesse dietro quella firma, si trattava certamente di un uomo che,
per qualche motivo, odiava cordialmente il re e i suoi alleati politici, schierato
apertamente con Pitt e Wilkes. Nel 1768 sia Pitt che Grenville - che si erano
già più volte scontrati - ricevettero una lettera a firma di Junius in cui venivano
invitati a coalizzarsi contro Grafton. Ma Pitt si era ritirato poco dopo
e così Junius aveva deciso di uscire allo scoperto.
La sua prima lettera la spedì al «The Public Adviser», proprietà di Henry
Sampson Woodfall. All'epoca in Inghilterra i giornali non erano più una novità.
Uscivano già da circa cinquant'anni e al tempo di Junius nella sola Londra
ne uscivano la bellezza di undici. La maggior parte dei profitti derivavano
dalla pubblicità. Le lettere dei lettori godevano di una vastissima popolarità;
la prima lettera di Junius venne pubblicata il 21 gennaio 1769.
Lo stile delle prime lettere non si può definire particolarmente accattivante
per un lettore moderno, è ampolloso e pedante. Ma per i suoi contemporanei
il suo era un modo di scrivere perfetto che si lasciava leggere e soprattutto faceva
intendere che l'autore era una persona seria e preparata, capace di padroneggiare
concetti e idee e di stenderli sulla carta sotto forma di belle frasi.
E sin dal primo articolo si capisce che ciò che interessa l'anonimo scrittore
è la libertà del popolo inglese e l'idea che imporre un primo ministro come
Grafton è un tentativo di porle delle limitazioni. Junius esordisce con
un'affermazione controversa ma anche abbastanza banale: «La sottomissione
di un popolo libero all'autorità esecutiva di un governo altro non è che un atto
di servilismo verso quelle leggi che esso stesso ha emanato». Poi continua
dichiarando che gli Inglesi sono gente per bene e generosa, che osserva le
leggi e ama il suo re. Per questo monta la rabbia quando ci si accorge che
queste buone qualità sono pretesto di speculazione da parte di chi governa.
«La situazione in cui versa il nostro paese è così difficile che qualunque cittadino
se ne dovrebbe preoccupare...». A questo punto il lettore avrebbe potuto
mettersi a sbadigliare, ma ecco che subito dopo arriva una sferzata: «Fa
rabbrividire pensare che una nazione, sepolta dai debiti e dalla spesa pubblica,
sia stata consegnata nelle mani di un giovane nobiluomo, noto per aver
sperperato al gioco ogni suo avere». Accusare il primo ministro del re con
una bordata simile, voleva dire catturare l'attenzione.
Poi Junius passa a parlare del più celebre militare inglese del momento, quel
marchese di Granby le cui vittorie nei lunghi sette anni di guerra contro la
Francia avevano acceso il senso patriottico degli Inglesi al punto che una pletora
di pub e locande erano state intitolate al suo nome. Nella battaglia di
Minden, Granby avrebbe voluto caricare i Francesi, ma il suo superiore, Lord
Sackville glielo aveva impedito. Solo dopo si era venuto a sapere che se la
carica avesse avuto luogo il nemico avrebbe subito una rotta clamorosa e così
Sackville era stato rimosso dall'incarico che era passato proprio a Granby.
Ma come la maggior parte dei militari in gamba, sul fronte diplomatico e
politico Granby non valeva altrettanto, così quando gli era stato affidato il comando
supremo non era riuscito a cogliere gli stessi brillanti successi maturati
sui campi di battaglia. A ciò alludendo, Junius scriveva con
tono oltremodo malizioso: «La natura non è stata troppo generosa nell'elargire i suoi
doni a questo nobile signore». Era come se qualcuno, riferendosi al tempo
della vittoriosa seconda guerra mondiale, avesse dato del fesso a Winston
Churchill o al generale Eisenhower. Quando poi, procedendo nell'articolo,
Junius aveva tacciato Granby di favorire in modo smaccato quelli che erano
stati «i suoi pupilli e i suoi sottoposti» ignorando i meriti delle restanti armi
e dei loro comandanti, era come se stesse pubblicamente accusando Granby
di essere un imbroglione davanti all'intera nazione.
Non è chiaro se l'intenzione di Junius fosse solo provocatoria, per suscitare
qualche reazione positiva oppure no. Certo è che non avrebbe potuto scegliere
migliori argomenti per balzare prepotentemente alla ribalta e diventare famoso,
o malfamato. Uno dei più fidi generali che aveva combattuto al fianco
di Granby, Sir William Draper, era infatti subito partito all'attacco inviando
una lettera indignata al giornale, il cui proprietario non poteva che rallegrarsi
che una simile fortuna avesse baciato proprio la sua testata. La lettera di
Draper iniziava subito in modo infuocato, accusando Junius di essere un «vigliacco
denigratore», un «vile codardo assassino» che non aveva neppure il
coraggio di venire allo scoperto. Poi Draper procedeva difendendo a spada
tratta il suo comandante, arrivando a concludere che si trattava di un «persona
degnissima» amata da tutti e fin troppo generoso, disinteressato anche a
suo discapito.
Insomma, quel genere di affermazioni che sprofondano chi legge nella noia
totale. Non fosse stato che lo stesso Draper, citando una delle accuse mosse
da Junius a Granby relativa a promesse da lui fatte e mai mantenute, sosteneva
che, in alcuni casi, è di gran lunga meglio che certe promesse non vengano
mantenute affatto.
Draper faceva riferimento ad alcuni falsi amici di Granby che gli avevano
strappato promesse in condizioni anomale: «Personaggi poco raccomandabili,
che avevano strappato al generale promesse dopo aver bevuto un bicchiere
di troppo, trasformando un allegro e spensierato momento conviviale in
una trappola volgare e insidiosa per ottenere raccomandazioni improprie...
gaglioffi che avevano approfittato della buona fede di un uomo che nella sua
vita non era mai stato capace di scontentare alcuno».
Naturalmente Junius aveva colto il suo obiettivo. Era stato preso sul serio da
un valoroso militare e il pubblico si era infervorato nella querelle che ne era
scaturita. La sua seconda lettera iniziava in modo subdolamente benevolo e
generoso: «La vostra difesa di Granby fa onore alla bontà del vostro cuore».
Poi proseguiva lodando la sua «onesta e irriflessiva indignazione», anche se
l'aggettivo irriflessivo era una sorta di preallarme di ciò che stava per arrivare.
A questo punto, infatti, Junius si era metaforicamente sfilato i guanti ed
aveva piazzato il colpo: «Perché, in verità, siete proprio solo voi, caro Sir
William, che con le vostre parole fate apparire il vostro amico timoroso e ridicolo
riconoscendogli una serie di vistose attribuzioni che la natura non gli
ha certo elargito». Per poi diventare politicamente velenoso nel momento in
cui risponde alle allusioni fatte da Draper a proposito delle vane promesse fatte
dal generale nel corso dello «spensierato momento conviviale». «Perché
siete voi, signore, che vi siete preso la briga di rappresentare il vostro amico
come un beone incallito, che non tiene fede alle promesse fatte con la stessa
generosità con cui ingolla liquori, incapace, per di più, di far alzare alcuno dal
suo tavolo che non sia anche lui obnubilato dall'alcol. Nessun altro se non un
intimo amico che lo abbia visto e frequentato chissà quante volte in questi infelici
e disgraziati momenti avrebbe saputo meglio di voi tratteggiarli».
Sicuramente Draper si sentiva scoppiare. Ma, forse proprio per questo non
si rese conto di stare offrendo a Junius tutta la pubblicità che lui stava cercando.
Dopo tutto, era un uomo colto e poteva tranquillamente tenere testa in
una diatriba polemica a chiunque, ritenendosi capace di sostenere una battaglia
a colpi di ironici insulti. Così aveva risposto, questa volta
accusando Junius (forse correttamente) di essere un uomo acido
e disilluso che si credeva
forte «nel dilaniare carcasse con un'accetta». Poi proseguiva dicendo come
fosse impossibile difendere l'amico da chi usava un'ascia, senza rendersi
conto che praticamente screditava Granby, mettendolo sul piano di un imbelle
che non sapeva farsi valere. Quindi Draper era passato a giustificare un'illazione
sulle sue risorse buttata lì da Junius, spiegando come si era creato una
posizione ed entrando nel dettaglio di quelli che erano i suoi introiti, rivelando
con ciò come Junius fosse riuscito, attaccandolo, a costringerlo sulla difensiva.
Junius aveva risposto con la sua solita forma morbida ma impietosa: «Ritengo
di dover smettere di fornirvi ad ogni piè sospinto motivi per difendere
il vostro amico, ché altrimenti correrei il rischio di venir frainteso e di indurre
chi legge a immaginare che la mia rivalità verso Granby vada oltre una
normale opposizione». Poi eccolo innescare un altro dei suoi trucchi preferiti,
dando la sensazione di essere onnisciente. Entrando nella discussione relativa
agli introiti e alla carriera di Draper, Junius lascia intendere di saperne
più di Draper stesso. Quindi lo accusa apertamente di essere un esoso a caccia
di danaro e un bugiardo, dal momento che ha voltato le spalle all'esercito
per ritirarsi e poter così godere di una pensione che Junius definisce «un
sordido vitalizio per sé e la sua famiglia».
A questo punto siamo in grado di scorgere la tecnica messa in atto da Junius.
Non ci sono dubbi che si tratta di un uomo amareggiato e tormentato, un uomo
che ha motivi di lagnarsi, abilissimo nel libello accusatorio, un'arma che
se usata abilmente come lui sa fare, produce il massimo danno a chi la deve
subire offrendo al contempo il massimo divertimento a chi legge. L'impressione
è che si tratti di una specie di sadico che non bada a ciò che dice pur di
colpire nel segno, anche se è così capace nella dialettica che ogni sua accusa
suona come plausibile, come se potesse accedere a qualche segreto serbatoio
di conoscenza.
In genere, poi, la gente gode quando qualcuno osa attaccare l'autorità costituita
fino a ridicolizzarla. Le cose in pratica sono rimaste identiche e nei due
secoli che ci separano dal tempo di Junius non sono cambiate: quando uno
scandalo investe un uomo politico si può star certi che la tiratura dei giornali
sale alle stelle. Oggi in America i politici non hanno praticamente alcuna
possibilità di difendersi dagli attacchi della carta stampata - a condizione,
ovviamente, che non venga dimostrata la mala fede in modo palese - e così i
giornalisti vanno a nozze, inventandosi ogni genere di fantasticheria. Dopo
l'assassinio del presidente Kennedy, in un'opera teatrale intitolata Macbird si
immaginava che il mandante fosse Lyndon Johnson. Invenzione pura, tuttavia
l'autore, un accademico dissidente, divenne per qualche tempo una delle
star del momento quando il suo lavoro sbancò letteralmente i botteghini di
Broadway. Sin dagli anni Sessanta una rivista inglese intitolata «Private Eye»
si è specializzata nel costruire storie scandalistiche a danno di personaggi famosi,
seguendo una strategia che potrebbe essere quella a suo tempo adottata
da Junius. Sebbene le citazioni a giudizio fiocchino, il periodico ha sempre
goduto di ottima salute, perché il desiderio della gente di rimestare negli affari
altrui, soprattutto quelli piccanti, è insaziabile. Si può dire che Junius fu
il primo ad accorgersi che quest'attesa del pubblico era continua e permanente.
L'ingenuo Draper, intanto, continuava a dare a Junius motivo per incrementare
ancor più la sua fama, non cessando di inviare al giornale lettere con
continue, non richieste, spiegazioni. Da parte sua il misterioso satirico continuava
a trattarlo con feroce dileggio. Nella terza lettera-risposta, Junius decise
di smetterla di dargli retta: «Ed ora, Sir William, mi accomiato da voi per
sempre... A essere sinceri, credo abbiate più di un motivo per dovermi ringraziare.
Dalla lezione che vi ho impartito, infatti, mi auguro possiate trarre
utili istruzioni per il futuro».
Alla replica di Draper, Junius non si degna più di rispondere e sposta la mira
sul primo ministro, il duca di Grafton. Sempre ligio a una forma mai
sguaiata, Junius lo accusa di essere un politico corrotto che antepone i suoi
interessi a quelli del bene pubblico. Poi passa a considerare il recente scandalo
delle elezioni nel Middlesex, nelle quali l'azione del governo affinché
Wilkes non venisse eletto era stata addirittura volgare, e che Wilkes aveva
stravinto, con l'appoggio di una popolazione arrabbiata e felice di dare segno
di protesta contro il potere costituito. (Al momento, Wilkes era comunque
tornato in prigione).
Un uomo di nome Clarke era stato ucciso in una rissa. Accusato dell'omicidio,
assieme a un certo Balf, era un irlandese, MacQuirk, uno dei più accaniti
oppositori locali del movimento guidato da Wilkes. Ambedue gli uomini
erano stati condannati a morte, in modo forse un troppo affrettato. Le prove
contro Balf erano quasi inesistenti e quanto a MacQuirk era evidente che non
aveva avuto nessuna intenzione di uccidere. Grafton era intervenuto e li aveva,
giustamente, graziati. Per Junius questo atto era da considerarsi un'intromissione
indebita nel corso della giustizia, un andare contro ogni evidenza.
Un assassino graziato, solo perché era un oppositore politico di Wilkes. Chiudeva
il suo commento scrivendo: «Come poter accettare una cosa simile, senza
immaginare una giustizia viziata e malata... quando uno degli uomini più
ben visti di tutto il paese, la cui liberazione dal carcere sarebbe accolta con
grande gioia, continua a giacere prigioniero?».
L'ovvio riferimento è a John Wilkes. A questo punto ecco venir fuori ancora
la sempre produttiva tecnica dell'invenzione: «Forse che il nostro ministro
si è scordato che quest'uomo era un tempo nelle sue grazie?». Inutili erano
state le proteste di Grafton, nel sostenere che la conoscenza con Wilkes era
solo superficiale; Junius le ignorò, continuando a battere il chiodo dell'ingratitudine,
continuando ad accusare Grafton di essere un voltagabbana. Successive
ricerche e approfondimenti rivelarono poi che Grafton aveva ragione,
ma una delle grandi abilità di Junius fu sempre quella di non permettere mai
a una verità, per quanto sacrosanta, di smantellare del tutto un'accusa o un attacco.
Ma ciò che più di ogni cosa allarmava il re e il governo era che l'imprigionamento
ne aveva fatto, sul momento, l'uomo più conosciuto e famoso d'Inghilterra,
quindi anche il più pericoloso. Junius accusava Grafton di essere
scappato da Londra nei giorni delle sommosse prò Wilkes e di aver lasciato
il governo della capitale in mano a due dei suoi incapaci assistenti. Da quel
che si sapeva, il primo ministro aveva trascorso un paio di giorni in compagnia
della sua amante, Nancy Parsons, di cui Junius ricordava l'ormai «sbiadita
bellezza». Questo non gli impedì egualmente di dirsi scandalizzato quando,
qualche tempo dopo, Grafton l'aveva lasciata per sposare un'altra donna:
«Il vile comportamento adottato nei confronti di questa signora non può essere
descritto». A proposito delle nozze di Grafton, Junius le definì l'ultima
azione di un libertino contrito, che voleva far credere al mondo di aver messo
la testa a partito.
Una nuova lettera con bersaglio sempre Grafton, raggiunse vette di malizia
estreme: «Mi si lasci valutare il suo carattere e la sua condotta - scriveva malignamente
- così, tanto per fare, come semplice motivo di speculazione».
Dopo averlo definito ignavo, disonesto e incapace, generosamente aggiungeva:
«Per il bene della sua compagna, sarebbe opportuno che il vostro amore
fosse mantenuto nel massimo riserbo. Non oserei presentarla in pubblico, come
invece vi ostinate a fare, per evitare di insultare la memoria di una svanita
bellezza. La sola cosa che me la rende simpatica è l'unica che ritengo valga
ai vostri occhi, vale a dire la sua forte carica sessuale», con ciò implicitamente
affermando che Grafton era pronto a corteggiare chiunque, purché indossasse
una gonna.
La lettera continuava con cenni palesemente ironici al suo casato: «Quelle
persone della vostra famiglia, eccellenza... che non han mai dato esempio distorto
di virtù», e alla sua carriera, «così improntata soltanto sulla furbizia da
potersi accettare solo per un uomo d'affari, anche se troppo giovane per ingannare
in tal modo». Grafton, infatti, non solo non ci aveva pensato su due
volte a rinnegare i principi politici che avevano ispirato il suo maestro Pitt,
ma anche a fare le scarpe a Rockingham e a perseguitare Wilkes, un tempo
suo amico. Al pari di Goebbels, anche Junius sposava la convinzione che, se
per convincere la gente una bugia valeva più della verità, l'importante era ripeterla
in continuazione.
È chiaro che dopo più di due secoli simili insulti ci muovono al riso; ma se
solo per un momento proviamo a metterci al posto delle bistrattate vittime,
comprendiamo immediatamente quale rabbia dovevano suscitare in loro simili
violenti attacchi. Junius non più uomo ma scorpione
avvelenato. Quando uno dei suoi bersagli lo aveva sfidato a
duello, gli aveva risposto: «Caro,
voi volete battervi, ma non sapete quanti altri vorrebbero farmi fuori in altro
modo». Era certamente vero. Non c'era dubbio, infatti, che il pepe, meglio, il
veleno contenuto nelle sue invettive aveva già fatto frullare nella testa di
molti che l'idea di farlo sparire dalla scena non era affatto da scartare.
Nel dicembre del 1769 Junius sorprese tutti, persino i suoi lettori ed estimatori
più accaniti, lanciando un attacco al re in persona. La capacità quasi diabolica
di sfuggire a qualsiasi tentativo di essere scoperto e riconosciuto, lo
aveva evidentemente reso più ardito del dovuto. Nelle precedenti lettere aveva
sempre badato a parlare del re con rispetto, in una lettera a Grafton lo ricordava
con queste parole : «un sovrano amabile e compiacente». Ora si volgeva
a lui in modo diretto, partendo col rammentargli una battuta del discorso
d'incoronazione, quando aveva detto: «Mi compiaccio della gloria di essere
britannico», volendo con ciò sottolineare che si sentiva più inglese che
tedesco. Junius, maliziosamente, rivoltava questa frase sottolineando un significato
diverso: il re aveva voluto distinguere fra Britannici e Inglesi, con
ciò evidenziando la sua mai celata simpatia per gli Scozzesi: «Gente che
quando non sta attuando l'ennesima ribellione, non c'è dubbio che merita di
essere protetta; come d'altro canto è lungi da me l'idea di condannare una politica
che rinnovelli il sentimento di affezione nei loro confronti».
Con fare benevolo, quasi paternalistico, rimproverava poi al re queste manchevolezze
invocando l'inesperienza. Continuava difendendo Wilkes e descrivendo
la campagna del re contro di lui alla stregua di un'azione politica
addirittura ridicola. Dopo avergli tirato le orecchie per le persecuzioni contro
Irlandesi e Americani, lo metteva in guardia a proposito dello “strisciante servilismo”
degli Scozzesi. In chiusa, con tono meno polemico, Junius scriveva
che «l'affetto della gente poteva ancora essere recuperato», ma solo a patto di
uscire dalla gretta politica delle ripicche. Il re, scriveva Junius, avrebbe dovuto
affrontare il suo popolo come si conveniva, ossia con la cristallina onestà
di un gentiluomo e avere il coraggio di raccontare «di essere stato ingannato
da ministri incapaci e imbroglioni». Infine, chiudeva con un'osservazione
che suonava tanto pericolosa quanto un inno alla rivolta. Il popolo, la gente,
aveva promesso fedeltà alla casa di Hannover perché sperava e voleva
giustizia. La casa degli Stuart - a cui Bonnie Prince Charlie apparteneva -
poteva forse anche non essere raccomandabile però, armata del potere regale
com'era, avrebbe potuto farsi formidabile. «Il principe, il sovrano che voglia
imitare il comportamento dei suoi rappresentanti, avrebbe anche dovuto mettere
in conto ciò che era loro capitato (re Carlo, per esempio, era stato decapitato)
e mentre si pavoneggia ritenendosi al sicuro dalla garanzia offertagli
dal fatto di sedere sul trono non dovrebbe mai scordare che, come quello gli
è stato consegnato a seguito di una rivoluzione, allo stesso modo potrebbe essergli
sottratto».
Questa “sparata” ebbe l'effetto di una bomba, fece sussultare tutti. Lo scrittore
Horace Walpole - figlio di un ex primo ministro - la definì come «il più
sfrontato insulto rivolto a un re dal tempo della ribellione». Woodfall, l'editore
del giornale che pubblicava Junius, venne arrestato con
l'accusa di fomentare la rivoluzione con scritti irriverenti.
Venne poi rilasciato dietro cauzione.
Preoccupato, Junius lo invitava a fare in modo di «continuare a garantirgli
tutte le precauzioni di copertura possibili, giacché se avessero scoperto
la sua identità non sarebbe sopravvissuto più di tre giorni».
Ma come era possibile che nessuno riuscisse a smascherarlo? Grazie a un
elaborato meccanismo di segretezza. Far giungere le lettere al «Public Adviser»
non era difficile, bastava affidarle a un messo o spedirle per posta. Quello che risultava estremamente rischioso erano invece le comunicazioni da
parte del giornale. Erano moltissime le persone che scrivevano in redazione
rivolgendosi a Junius per chiedergli dei pareri. L'editore doveva allora trovare
il modo di fargliele avere. Molte le recapitava intestate a nomi fittizi presso
l'indirizzo di pub e locali pubblici (ce n'erano a centinaia). Per segnalare
che la redazione aspettava una nuova lettera, l'editore inseriva messaggi cifrati
direttamente nelle pagine del giornale. Per prudenza, Junius cambiava
ogni momento il recapito dove poter ricevere i messaggi dandone notizia all'editore
con brevi comunicazioni: «Cambio al Somerset Coffee House e che
nessuno, per la morte, ne venga informato». Le raccomandazioni a mantenere
il segreto erano continue, ricordando a Woodfall che cosa sarebbe accaduto
se avesse anche solo per un attimo abbassato la guardia: «Sono convinto
che siate un uomo troppo per bene e onesto per contribuire alla mia distruzione».
Junius teneva una corrispondenza anche con Wilkes, il quale nel 1770 era
uscito di galera per essere immediatamente rieletto al Parlamento. Wilkes
ogni tanto provava a convincere il misterioso Junius a svelare la propria identità,
rispettando comunque la sua determinazione a non farlo.
In realtà, Junius cominciava a dare evidenti segni di stanchezza. Evidentemente,
battagliare nell'anonimato contro tutti, come un cavaliere senza macchia
né paura, stava diventando un peso. Oltre tutto, quando proprio nel 1770
Grafton aveva presentato le dimissioni - a cui avevano fortemente contribuito
i suoi attacchi - e Wilkes, tornato libero, aveva riavuto il suo posto sugli
scranni governativi, Junius poteva fieramente dire di aver raggiunto il suo
scopo. Il re, dopo essersi rifiutato di dare ulteriore corda al Partito Libertario
che fomentava disordini, aveva insignito del titolo di primo ministro, un uomo
integro e capace, Lord North. Anche per questa scelta, Junius non si era
risparmiato nelle critiche: «Possiamo immaginare che l'illustre primo ministro
abbia volontariamente offerto le sue doti di politico al servizio del governo,
con l'intento di stupire tutti noi, nel momento in cui meno ce lo aspettavamo».
Ma questa volta Junius si sbagliava, perché Lord North si rivelò un
ottimo governante.
L'ultima lettera del misterioso accusatore venne pubblicata nel gennaio del
1772. Quando, circa un anno dopo, l'editore Woodfall lo pregava di riprendere
la sua collaborazione col giornale, Junius gli aveva risposto: «Se ricominciassi
di nuovo a scrivere mi rivelerei per lo meno tanto scemo quanto
tutte quelle persone che vanno avanti e indietro nella City comportandosi come
pazzi... La causa e la gente, sono cambiati». In effetti, il suo modo di polemizzare
aveva fatto il suo tempo, anche se tutte le sue lettere e le
sue risposte erano state raccolte e pubblicate in un volume
che aveva goduto di una
discreta diffusione. Nella prefazione della raccolta, Junius aveva scritto: «Io,
io soltanto, sono il depositario di questo segreto che resta solo mio e che con
me se ne andrà». E, per quanto ne sappiamo, tenne fede a questa promessa.
Insomma, chi era Junius? Al tempo in cui primo ministro era Rockingham,
i sospetti più forti cadevano su un brillante irlandese, Edmund Burke, appassionato
liberale, per quanto non così radicale come Wilkes. Era amico del
dottor Johnson Oliver Goldsmith, di Sir Joshua Reynolds e di David Garrick
(l'attore più celebre del momento). Al pari di Wilkes, anche Burke si batteva
contro la corruzione in atto presso la corte e per questo, ovviamente, era odiato
dal re. Era inoltre uno dei più forti oppositori della sua politica in America,
dove, con piena ragione, prevedeva che da lì a poco sarebbe scoppiata una
rivoluzione qualora, dopo i fatti di Boston, non fosse stata rimossa la tassa sul
tè. Ed in effetti, se si fosse dato retta a Burke, forse l'America sarebbe ancora
oggi una colonia inglese. In seguito, rimase orripilato da quanto accadde
nella Rivoluzione francese, divenendone uno dei principali oppositori, prestando
il fianco ai suoi precedenti avversari.
Burke era colto e brillante a sufficienza per poter essere Junius. Ma era anche
un uomo dall'integrità cristallina. Così, scrivendo all'amico Charles
Townshend, diceva: «Giuro sul mio onore di non essere quel tale autore che
si firma Junius e vi prego di credere a ciò che dico».
Nel XVIII secolo vennero pubblicati molti libri sul personaggio, tanto che speculare
e fantasticare sulla sua possibile identità divenne un passatempo simile
a quello che nel secolo successivo si manifestò nel caso di Jack lo squartatore.
(Basti pensare che nella edizione da lui curata delle lettere di Junius, il
professor John Cannon pubblica un elenco di sessantuno possibili candidati).
Una possibilità è anche rappresentata dallo stesso Wilkes. Ma è evidente che
lo scambio di corrispondenza avuto con Junius rende questa strada difficilmente
percorribile.
Uno scrittore sparse la voce, in via confidenziale, che Junius altri non era
che il re Giorgio in persona, preoccupato di evitare la rivoluzione dando in
pasto al popolo inglese altri argomenti cui appassionarsi. Un altro letterato lo
identifica con Edward Gibbon, anche se le prove sono scarse. Un altro nome
proposto è quello di Lord George Sackville, il comandante che si era ritirato
in pensione dopo la battaglia di Minden per lasciare il posto al marchese di
Granby. Certo, i violenti attacchi portati da Junius a Granby rendono la cosa
plausibile, ma non probabile né, tanto meno, certa. (Sackville, infatti, stava
apertamente dalla parte del re). Altro candidato è Lord Chesterfield, l'autore
delle celeberrime Lettere a mio figlio. All'epoca però il suo stato di salute era
così precario - era quasi cieco e molto mal ridotto - da rendere impossibile
identificarlo con la vitalità sempre mostrata da Junius. Forse una delle indicazioni
meno probabili è quella che si riferisce a Thomas Paine, il noto autore
dei diritti dell'uomo (1791) in forte polemica con Burke. Infatti, al tempo
delle lettere di Junius, Paine stava ancora decidendo che cosa fare nella vita
- se il droghiere, il commerciante di tabacco, l'insegnante o il funzionario
pubblico - ed era ancora molto lontano dall'essere quel bravo scrittore che
diventerà solo più tardi. Fu solo nel 1774 che Benjamin Franklin lo convinse
a emigrare in America.
Eliminati tutti questi personaggi importanti, diventa logico immaginare che
Junius fosse un uomo poco in vista, defilato. Charles Everett, il curatore dell'edizione
delle lettere nel 1927, dedica una lunga introduzione a cercare di
dimostrare che, a suo avviso, Junius era Lord Shelburne, un membro del
gruppo di opposizione al primo ministro; ma lo storico Sir Lewis Namier ha
smantellato l'ipotesi, sostenendo che Shelburne si trovava in Europa quando
nel 1771 l'editore Woodfall aveva ricevuto la prima polemica lettera a firma
Junius, certamente scritta a Londra. Due altri studiosi hanno invece focalizzato
l'attenzione sul segretario privato di Shelburne, Laughlim Macleane, in
virtù del fatto che Shelburne in persona aveva rivelato a uno di loro la vera
identità del misterioso satirico identificandolo proprio in Macleane. Ma c'è
un grosso problema: anche Macleane era stato attaccato da Junius, per via
della sua pronunciata e indisponente balbuzie. Certo, questo avrebbe potuto
essere un deliberato e voluto tentativo di confondere le carte; ma Junius in
quel caso non si era firmato come al solito, ma aveva optato per un altro
pseudonimo, Vindex. E poiché nessun altro a parte l'editore Woodfall era al
corrente che Vindex era Junius, questo sembra mettere fuori
gioco anche Macleane, a dispetto del fatto che Lord Shelburne
suggerisse che dietro a Junius
si nascondesse il suo segretario. Inoltre, Maclean era un ardente patriota
scozzese e, come sappiamo, a Junius gli Scozzesi non andavano troppo a genio,
non lasciando mai correre l'opportunità di parlare della loro vigliaccheria,
stupidità e corruzione.
Queste ulteriori eliminazioni ci portano al sospettato numero uno: Sir Philip
Francis, all'epoca ventottenne, già addetto al ministero della guerra. Si incominciò
a pensare a Francis nel 1812, quando vennero pubblicate le lettere private
che Junius aveva scritto a Woodfall. Rivelavano che Junius ricorreva sovente
anche a altri pseudonimi, fra cui Vindex (vendicatore) e Veteran (veterano).
Nelle lettere si parlava sovente e con ricchezza di particolari del ministero
della guerra, segnalando che Junius era al corrente di molte più cose di quante
un normale cittadino o anche un giornalista informato potesse conoscere.
Nel 1772, l'anno in cui Junius aveva smesso di scrivere, Francis era andato
in India, dove aveva avuto a che fare con Warren Hastings, il capo responsabile
della East India Company, la compagnia commerciale che in pratica governava
il paese. Di ritorno dall'india, era entrato in Parlamento come liberale,
era stato nominato cavaliere e aveva perseguitato Hastings con un accanimento
feroce, probabilmente per vendicarsi, dal momento che molte delle accuse
da lui mossegli di corruzione e abuso di potere - a causa delle quali Hastings
era poi stato sospeso - sembravano più strumentali che non concrete.
Nel 1813, ormai settantatreenne, Francis venne identificato con Junius in un
libro scritto da un certo John Taylor. Egli negò con forza, definendo l'accostamento,
per lui un'accusa, «sciocco e maligno». Tuttavia, quando l'anno
dopo si era risposato, come regalo di nozze aveva donato alla moglie l'ultima
edizione delle lettere di Junius, assieme a una copia del libro di Taylor in
cui si diceva che Junius era lui. La signora, ovviamente, colse l'antifona:
l'uomo che era diventato suo marito era il tanto celebrato Junius. Francis ben
lo sapeva e se non avesse desiderato incentivare questa immaginazione nella
fantasia della moglie sarebbe stato sufficiente negare per farle cambiare idea;
ma non lo fece mai.
Il professor Cannon non ha dubbi sulla identificazione fra Francis e Junius.
Sottolinea come nel 1772 - prima dunque che Francis fosse trasferito in India
allo stratosferico stipendio di oltre diecimila sterline l'anno - Junius passasse
allo pseudonimo di Veteran. Nel 1771, Christopher D'Oyly, un suo caro
amico, gli confessò che aveva in animo di presentare le dimissioni dall'incarico
di segretario del ministero della guerra. Dalla corrispondenza intercorsa
fra i due emerge la forte antipatia provata nei confronti del loro comune
superiore, Lord Barrington. Francis sperava di poter subentrare all'amico, ma
gli era stato preferito un uomo di nome Chamier. Veteran non aveva perso
tempo a far pervenire una sua lettera all'editore: «Non avendo null'altro di
meglio da fare, credo di non sbagliare intrattenendo me e il pubblico, che con
tanta passione mi segue, parlando di quel disgraziato di Lord Barrington, il
quale ha appena finito di consegnare nelle mani di un francese la segreteria
del suo ministero, cosa che, come ho avuto modo di sentir dire da più parti, è
l'offesa più grave che sia stata perpetrata all'esercito inglese. Chi legge sappia
quanto sia il mio disprezzo per il suo comportamento, al punto da non ritenerlo
neppure degno della generosa rabbia di Junius». Se fosse stato davvero
così, come mai tanta acredine?
Nel marzo del 1772 Francis aveva dato le dimissioni. Junius aveva scritto
all'editore: «Nel plico troverete una lettera che desidero venga pubblicata domani.
Ciò che quest'uomo è stato costretto a fare non è definibile. Ritengo
che dietro si celi qualche mistero, che mi auguro di poter scoprire presto,
malgrado la grande confusione. Se solo si fa eccezione per quello combinato
da Lord Grafton, la storia di Lord Barrington è una delle più tetre mai scritte».
Per poi continuare: «Desidero informare il mio pubblico che il tanto meritevole
Lord Barrington, dopo aver cacciato D'Oyly dal ministero, ha pensato
bene di far fuori anche il signor Francis».
......................Anche la scrittura, la calligrafia sembra collegare Francis a Junius. Nel 1771
una certa miss Giles di Bath fu la destinataria di alcuni bei versi e la dedica
sul frontespizio era firmata da Junius. Nel 1870 un esperto calligrafo, Charles
Cabot, aveva riconosciuto i versi in quelli scritti dal cugino di Francis, Richard
Tilman. Qualche tempo dopo, la moglie di Francis aveva mostrato una
copia degli stessi versi scritti di pugno dal marito, dicendo che glieli aveva
donati come esempio del suo modo di poetare negli anni giovanili. In alcune
lettere venute fuori verso la fine del XVIII secolo la firma autografa di Junius
era riconosciuta e confermata da un cugino diretto.
La cosa solleva un ovvio interrogativo: per arrivare a una conclusione definitiva
del mistero siamo sicuri sia sufficiente confrontare la calligrafia di
Francis con quella di Junius? No, perché la faccenda è più complessa di quanto
possa sembrare a prima vista. Sappiamo infatti che Junius amava alterare
il suo modo di scrivere proprio per tema di potere essere scoperto attraverso
qualche confronto calligrafico, che avrebbe determinato la sua fine. Non per
nulla, solo dopo perizie attentissime e prolungate Cabot si era provato ad azzardare
che la scrittura di Junius fosse quella di Francis.
Un'altra prova è venuta fuori in tempi recenti, nel 1969, quando un ricercatore
francese ha citato un rapporto dell'ambasciata francese a Luigi XVI datato
attorno agli anni Settanta del Settecento, in cui si attribuivano le famigerate
lettere a un certo Thaddeus Fitzpatrick, ben noto uomo di mondo. In realtà
oggi sappiamo trattarsi di una cosa impossibile, in quanto nel 1771 quando
Junius scriveva Fitzpatrick moriva. Nel rapporto si dichiarava che l'uomo era
costantemente, e segretamente, informato su tutto ciò che accadeva nei vari
ministeri da un caro amico di nome Philip Francis.
Per di più Fitzpatrick non andava affatto d'intesa con l'attore David Garrick
e con Lord Mansfield, ministro della giustizia, due personaggi
che invece Junius aveva sempre difeso. La cosa non contraddice
dunque l'affermazione di
Junius in cui lui stesso si proclamava unico depositario del suo stesso segreto,
dal momento che la frase era stata pronunciata nell'anno successivo alla
morte di Fitzpatrick.
Da qualunque fonte l'ambasciatore francese traesse la sua informazione -
notizie che i colleghi inglesi rinnegavano - è indubbio che doveva possedere
l'imprimatur della plausibilità. Uno dei motivi per cui i ricercatori e gli storici
hanno sempre trovato tanto affascinante il mistero della vera
identità di Junius è da ricondursi alla solitudine di un
grande uomo, dotato della formidabile
capacità di suscitare, così come troncare, ogni genere di polemica, abilissimo,
come una Primula Rossa della carta stampata, a mantenere sempre
celata la sua identità. L'idea è affascinante e unica, anche se, volendo muovere
un'osservazione, troppo romantica. Non per nulla la Primula Rossa è nata
dalla fantasia di uno scrittore.
Ciò che invece sembrerebbe più plausibile è immaginare un uomo di mondo
di media età, che nutrendo in cuore rancori contro le persone che conosce
e frequenta, ad un certo momento della sua vita decida di lanciare alcune sfide
criptate protetto dal velo dell'anonimato, riuscendo a cooptare nella sua
simpatia l'attenzione di un giovane e disincantato, sarcastico funzionario del
ministero della guerra in grado di passargli utilissime informazioni segrete.
(Uno dei compiti cui era preposto Francis era quello di riportare gli interventi
che venivano fatti alla Camera dei Lord, avendo in tal modo la possibilità
di venire anche a conoscenza di molte dicerie e insinuazioni). Questo quadro,
vale a dire immaginare due uomini intelligenti e colti intenti a costruire le
malefiche lettere, sembra più logico che non immaginare un solo uomo, una
specie di misantropo inavvicinabile, che si diverta a crogiolarsi nel suo grande
mistero. In aggiunta, ammesso che Thaddeus Fitzpatrick sia stato l'iniziatore
del progetto, aiuterebbe a spiegare come mai le lettere di Junius successive
al 1771 siano andate incontro a un deciso calo di qualità rispetto a quelle
della prima entusiasmante serie. La scoperta del cavallo di Troia della pantomima
messa in atto, lo aveva, infatti, privato del partner di avventure.
Un evento che spiegherebbe anche il curioso atteggiamento tenuto da Francis
nei confronti del libro di Taylor in cui lo si identificava con Junius. Più di
quarant'anni dopo, quando i fumi della battaglia si erano ormai diradati e i
grandi protagonisti erano tutti morti - compreso Grafton - non ci sarebbe stato
alcun pericolo nel mettere la parola fine alla vicenda di Junius. Ma si sarebbe
risolto l'enigma solamente per metà - e per di più per quella meno significativa
- e così si era continuato a ritenere meglio proseguire nel silenzio
e concedere ai contemporanei - ma anche alla posterità - di assegnargli pieno
credito, seppure continuando a negare in una maniera che non convinceva
nessuno. Un po' come al tempo stesso avere una torta continuando a mangiarla.
Non c'è dubbio che in relazione a ciò che sappiamo di Francis tutto concorre
a identificarlo con Junius (o, per lo meno, con una delle sue due metà).
Cannon lo descrive come «un uomo dalla tremenda animosità, duro e sarcastico».
Era solito litigare anche con gli amici e con chi gli voleva bene, come
per esempio il suo biografo Herman Merivale, e «con lui tutti coloro che gli
volevano bene, che lo difendevano, che agivano in sua difesa». Tutto «sembrava...
in ciò che scriveva, marchiato con un tono acido e sarcastico, da una
condanna continua, velata o palese». Fra le molte persone con cui Francis litigò
a morte c'erano anche due dei suoi precedenti protettori, Henry Fox e
John Calcraft, e, guarda caso, subito dopo la rottura Junius si era malignamente
occupato di loro in una sua lettera. «In realtà, sembra impossibile rintracciare
in loro alcun motivo che giustifichi il prendersela con due persone
così insignificanti. Se solo uno di loro due avesse un po' di onestà, non si vede
come l'altro possa andare d'accordo», un'affermazione tipica della tattica
offensiva di Junius. Cenando con Francis negli ultimi tempi della sua vita,
Cannon riferisce l'opinione del filosofo Sir James Mackintosh che aveva
commentato: «Il sordido rancore che sembra animare ogni parola e ogni gesto
di Francis, tenendolo così vivace e attivo, è persino divertente».
Per dirla in altri termini, Francis doveva essere un paranoico. Ecco le parole
con cui Cannon descrive Junius: «Junius era convinto... che fosse necessario
salvare la costituzione da ogni violazione, ma il disperato complotto di
annientare la libertà della gente era qualcosa che stava solo e soltanto nella
sua mente».
Non c'è abbastanza spazio in queste pagine per entrare nel merito di quanto
Francis contribuisse all'impeachment che aveva portato Warren Hastings a
togliersi di mezzo; ma la cosa basti a sottolineare come
Francis, al pari di Junius, fosse un uomo che portava rancore
e pressoché privo di generosità.
Finalmente, negli anni Cinquanta, un filologo svedese, Alvar-Ellegard, ha
sottoposto all'analisi del computer la scrittura di Junius, confrontandola con
quaranta personalità del suo tempo, alla ricerca non solo di affinità grafiche,
ma anche di parole ricorrenti e forme stilistiche comuni. Ellegard è partito alquanto
scettico nei confronti di Francis, ma alla resa dei conti si è convinto
che Junius era quasi certamente lui: «Ritengo di essere nel giusto nel confermare
che l'asserzione secondo cui Sir Philip Francis e Junius sono la stessa
persona sia corretta».
Ma, tutto sommato, è importante riuscire a risalire alla vera
identità di Junius? La risposta è sì, perché la sua firma
sferzante è comparsa in un momento
topico della Storia. Quando Giorgio III era salito al trono,
la classe politica inglese era notoriamente corrotta e si dava
per scontato che chiunque
fosse approdato alla Camera dei Comuni sarebbe diventato ricco in un batter
d'occhio. In cambio di favori e raccomandazioni, i parlamentari incassavano
quattrini. Anche se, ovviamente, l'andazzo non era visto come irreprensibile,
molto semplicemente lo si considerava normale e naturale. Il re in persona,
d'altro canto, sperperava la quasi totalità del suo appannaggio - oltre un milione
di sterline annue - per corrompere i membri del Parlamento affinché lo
sostenessero. (Non si trattava, infatti, come ormai la maggior parte dei suoi
paritetici europei, di un re assolutista, cui bastava esprimere un ordine o un
desiderio per essere subito ascoltato e obbedito). Junius era entrato in questa
palude di corruzione e non aveva esitato a denunciarla.
In Inghilterra i quotidiani avevano incominciato a uscire con regolarità sin
dal tempo della regina Anna (1702-14), anche se erano quasi sempre stati
niente più che un piacevole intrattenimento. L'avvento di Junius e delle sue
polemiche feroci aveva provocato un totale cambiamento. La sua penna satirica
insegnò a tutti che non era necessario essere un re o un membro del Parlamento
per esercitare una pressione costruttiva e critica nei confronti dell'operato
del governo.
Al tempo della regina Elisabetta o di Carlo I attacchi simili sarebbero stati
additati come alto tradimento e torture e esecuzioni si sarebbero sprecate. La
grande conquista della politica introdotta dall'editore Woodfall accettando di
pubblicare le “sparate” di Junius, dimostrò sin dal 1770 che anche il Parlamento
poteva essere criticato e zittito.
Al tempo i giornali iniziarono anche a riportare in dettaglio ciò che succedeva
in Parlamento. Nel 1771 un quotidiano si rivolgeva a un onorevole, il
colonnello George Onslow, definendolo «un piccolo manigoldo... un ributtante,
insignificante insetto». Quando l'uomo se n'era risentito, la Camera
aveva dato ordine di arrestare l'editore. Ma la situazione si era ribaltata ed
erano stati fatti prigionieri coloro che erano stati inviati a prenderlo, trascinati
al cospetto del sindaco di Londra e di altri due maggiorenti (fra cui Wilkes,
appena uscito di prigione). Quando il sindaco aveva confermato l'arresto, il
Parlamento aveva disposto di tradurre l'uomo nella famigerata Torre di Londra.
Ma coloro che sostenevano le sue parti si erano riuniti ed erano insorti,
avevano contestato il re, dato l'assalto al Parlamento e si erano opposti alle
forze di polizia. Alla fine, il sindaco era stato costretto a scarcerarlo. Ovviamente,
tutti i giornali trassero da questo trionfo una forza aggiuntiva, dando
da quel momento in avanti ancora più spazio ai resoconti sui dibattiti parlamentari.
La pratica era diventata così diffusa che a un certo momento furono gli
stessi parlamentari a suggerire che i testi delle sedute venissero pubblicati in
modo completo e integrale. L'iniziativa partì nel 1774 e venne affidata all'editore
Luke Hansard. Da questo momento in avanti la libertà di stampa
venne garantita e con essa le opinioni della gente vennero tenute sempre più
in considerazione, alla stessa stregua di quelle espresse dal re o dai suoi ministri.
In breve la furfanteria e la corruzione divennero l'eccezione e non più
la regola.
Il merito di questa straordinaria conquista non può, naturalmente, accreditarsi
solo a Junius. Wilkes aveva già dato il via pubblicando il suo celebre articolo
intitolato North Briton, a sua volta ispirato dalle suggestioni di Pitt e
dei suoi seguaci. Junius ebbe però il merito di aggiungere lievito alla pasta,
facendo aumentare le tirature e insinuando nella gente comune un senso di ribellione
per alcuni paragonabile, nei risultati e frutti, a quella che un paio di
decenni dopo avrebbe proiettato la Francia nella modernità, ma a costo di
grandi sofferenze.
Dal punto di vista umano è davvero difficile provare anche solo un briciolo
di simpatia nei confronti di Junius. Era un personaggio dal carattere incostante,
invidioso e paranoico. La sua rabbia non aveva nulla di magnanimo, ma era
soltanto vendicativa. Tuttavia il suo talento letterario, in tutto simile a quello
di Swift, ebbe il prodigioso merito di contribuire a cambiare il corso della storia
inglese, dando fiato a uno spirito di libertà che a sua volta avrebbe dato una
decisiva sterzata alla Storia più grande del mondo intero. Non è possibile pensare
a qualche altra figura storica altrettanto importante e influente mantenutasi
anonima per sempre. Eppure, come lo stesso Junius amava precisare con
fare compiaciuto: «È il mistero che aleggia attorno a Junius ad amplificare la
sua importanza».
 
CAPITOLO 16.
SAINT-GERMAIN, L'IMMORTALE.

Molti occultisti guardano a Saint-Germain come a una delle più interessanti e
intriganti figure della storia dell'occultismo, al punto che qualcuno ritiene addirittura
che sia ancora vivo. Tutti coloro che hanno scritto di lui, arrivati al termine
della loro ricerca non hanno mai potuto fare a meno di chiedersi se Saint-
Germain “l'immortale” costituisca realmente un mistero o altro non sia che una
truffa, un inganno colossale. Poiché il voluminoso dossier raccolto su di lui al
tempo di Napoleone venne distrutto durante la Comune, va da sé che l'interrogativo
continua a persistere. La cosa ha fatto esclamare a un adepto: «E così,
ancora una volta, un semplice “accidente” ha rilanciato l'antica legge che impone
che la vita di un iniziato resti sepolta nell'oblio e nel mistero».
La prima volta che il conte di Saint-Germain (senza dubbio un nome falso)
comparve in Francia nel 1756 poteva avere sì e no una cinquantina d'anni.
Brillante intrattenitore, parlava bene alcune lingue straniere, sapeva di
medicina e apparteneva alla schiera dei primi, intraprendenti alchimisti.
Non alto di statura, vestiva un abito viola scuro e una cravatta di satin bianco
(un segno di modestia in quegli anni passati alla Storia per la faraonicità
degli abbigliamenti) e aveva maniere eleganti sia nel dire che nel gestire.
Era certamente ricco, ostentava non pochi diamanti e un seguito di numerosi
servitori. Una volta che uno scettico aveva mormorato a proposito del loro
padrone: «Sono certo che si tratta di un mentitore», uno di loro gli aveva
subito risposto: «Certo, lo so meglio di voi. Pensate che va raccontando in
giro che vive da più di quattromila anni. Ma, per ora, io sono al suo servizio
solamente da cento e quando sono arrivato, il conte mi disse di avere
tremila anni. Come abbia fatto ad aggiungersene novecento, se per errore o
perché è un emerito bugiardo, vi garantisco che non lo so». Un altro, il suo
valletto personale, quando era stato interrogato dallo stesso conte, suo padrone,
a proposito di un evento di storia antica, aveva risposto: «Forse, il signor
conte non rammenta che io sono al suo servizio solamente da cinquecento
anni».
Ovviamente un tipo simile non poteva essere che un ciarlatano, ma, in caso
affermativo, non si capisce a quale scopo. Dalle apparenze doveva essere ricco,
si faceva accompagnare da un violinista, un abile pittore e mostrava proprio
in queste due arti, musica e pittura, una conoscenza approfondita, riconosceva
un quadro a prima vista senza esitazioni. Nel suo libro Historical
Mysteries Andrew Lang adombra l'ipotesi trattarsi del figlio di una ex regina
spagnola, Maria di Neuberg, ritiratasi a vivere a Bayonne dopo la morte del
marito Carlo II. Il suo amante era il ministro delle finanze, il conte Andanero,
secondo Lang presumibile padre del misterioso conte.
Prima di approdare in Francia, Saint-Germain era stato a Vienna. Qui aveva
incontrato il maresciallo di Belle-Isle, il quale aveva contratto alcuni acciacchi
durante la guerra in Germania. Il conte lo aveva risanato e, come atto di
gratitudine, il maresciallo l'aveva invitato a seguirlo a Parigi. Appena arrivato,
era stato chiamato al capezzale di una dama di corte, avvelenata da funghi
non commestibili. Guaritala, era entrato nelle grazie della favorita del re Luigi
XV, Madame de Pompadour. Tutte le donne di corte lo trovavano affascinante.
La contessa von Gergy, il cui marito era stato ambasciatore a Venezia
nel 1710, sosteneva di rammentare chiaramente il suo nome e un giorno gli
aveva chiesto se, per caso, suo padre o lui o qualcun altro della famiglia fosse
mai stato in quella città. Saint-Germain aveva risposto nel suo solito intrigante
modo dicendo che ci era stato a più riprese. La dama aveva allora esclamato:
«Impossibile, signore. La persona da me conosciuta già all'epoca doveva
avere circa la vostra età». Al che il conte, sorridendo in modo ironico,
aveva controbattuto: «Ma io sono molto vecchio». Quindi aveva aggiunto
una serie incredibile di particolari sul suo soggiorno veneziano da convincere
la dama che si era trattato proprio di lui. Quasi spaventata, la donna aveva
aggiunto: «Ma allora voi siete il diavolo!». A quella esclamazione, Saint-Germain
era impallidito, aveva incominciato a tremare vistosamente e, in tutta
fretta, aveva abbandonato la sala.
Una decina di anni prima Saint-Germain si trovava a Londra. Nel 1745 venne
arrestato come spia del giovane pretendente, che stava proprio in quel
frangente marciando su Derby. In una lettera Walpole annota:
...l'altro giorno mi è stato presentato un singolare individuo che dice di chiamarsi conte
di Saint-Germain. Si trovava qui da due anni e non aveva mai rivelato la sua identità né
da dove giungesse... Canta, suona il violino in modo sublime, compone; potrebbe trattarsi
di un folle o di una persona eccessivamente sensibile. Lo ritengono tanto un italiano,
quanto uno spagnolo o un polacco; qualcuno dice abbia fatto fortuna nel lontano
Messico e abbia quindi raggiunto Costantinopoli; altri lo dicono un imbroglione, un prete,
un nobiluomo. Il principe di Galles ha cercato di soddisfare la propria curiosità sul
suo conto, ma non ha cavato un ragno dal buco...
Nessuno sa che cosa abbia mai fatto né dove sia stato fra il 1745 e il 1755.
Ma sul finire degli anni Cinquanta del Settecento sappiamo che fu a Parigi.
Madame de Hausset, damigella di camera della Pompadour, scrisse:
Veniva sovente un uomo che era un mago straordinario... Si faceva chiamare conte di
Saint-Germain e cercava di far creder alla gente di avere centinaia di anni. Mentre era alla
toilette, un giorno Madame gli aveva chiesto: «Che genere di uomo era Francesco I?»
«Davvero un bel tipo - aveva risposto lui - ma un po' troppo orgoglioso. Avrei voluto
dargli un paio di utili consigli, ma lui non mi dava mai retta». Poi aveva descritto, seppure
in termini generici, la bellezza di Maria Stuarda e della regina Margot. «Si direbbe
che li abbiate conosciuti tutti...», aveva sentenziato scherzosamente la dama. E il conte
aveva risposto: «Ci sono volte in cui mi diverto non tanto a convincere la gente a credermi,
ma a lasciarla credere che io sono al mondo da tempo immemorabile». Allora,
Madame de Pompadour gli aveva chiesto di Madame de Gergy, quella che aveva detto di
ricordare di averlo incontrato cinquant'anni prima a Venezia. Il conte aveva risposto:
«Può darsi, ma tengo a sottolineare che ancora adesso sua eccellenza è più che mai un
partito appetibile».
Da questo genere di risposte si comprende come Saint-Germain amasse più
che altro scherzare a proposito della sua età, senza mai tentare di imporre a
nessuno di credere ciò che stava raccontando. La sua fama divenne presto
enorme. Al punto che l'infastidito ministro degli esteri francese, il duca di
Choiseul, ritenendolo un impostore e giocando sulla sua pretesa eternità, aveva
assoldato una sorta di controfigura che andava in giro nei saloni parigini a
motteggiarlo per coprirlo di discredito, dicendo di essere così vecchio d'aver
conosciuto sant'Anna, la madre di Maria, madre di Gesù, e di aver «sempre
saputo che quel Gesù non avrebbe fatto una bella fine».
Dunque, che sappiamo veramente di Saint-Germain? In una lettera autografa
datata 1735 a novembre lo troviamo all'Aia, in Olanda, ma non ne conosciamo
il motivo. All'epoca doveva avere circa venticinque anni. Dal
1743 al 1745 era in Inghilterra, dove era stato arrestato come spia. Dalla storia
che ci racconta Cooper-Oakley nella sua biografia sul conte, lo avevano
incastrato ingiustamente. Qualcuno geloso della sua fama (ma forse anche
del suo successo con le donne) gli aveva messo in tasca una lettera compromettente
e lo aveva fatto arrestare. Ma il conte era riuscito a dimostrare la
sua innocenza.
A partire dal 1755 si era trasferito a Vienna, dove viveva in ricchezza e da
dove, su invito del maresciallo de Belle-Isle si era nuovamente spostato per
raggiungere Parigi. Qui, grazie alle sue qualità di uomo di mondo, era diventato
una delle attrattive più interessanti di tutti i salotti della capitale. Diceva
di vivere grazie a un miracoloso elisir da lui stesso brevettato ed era solito
starsene a tavola fra i commensali senza toccare cibo. Ma il suo interesse più
grande era la chimica e diceva di aver inventato un sistema per tingere seta e
cuoio. Dichiarava di poter ripulire i diamanti da ogni impurità. Un giorno se
ne era fatto consegnare uno del valore di seimila franchi, Quando era tornato
lo aveva consegnato perfettamente pulito e puro, tanto che il suo valore era
subito salito a diecimila franchi. Probabilmente, Saint-Germain aveva sostituito
la pietra con un'altra. Aveva pensato che sarebbe valsa la pena guadagnarsi
la fiducia del re per soli quattromila franchi. Ne era conseguito come
risultato che il re aveva deciso di aprire un laboratorio attrezzato al Trianon e
aveva concesso a Saint-Germain di installarsi negli appartamenti del castello
di Chambord, per poter lavorare alla messa a punto dei processi di colorazione
nella speranza, nel caso avessero avuto successo, di poter in qualche modo
rimpinguare le casse dello stato, che facevano acqua da tutte le parti. Ad
un certo momento Saint-Germain era diventato così intimo del re che il duca
de Choiseul era sbottato, scrivendo: «Pare davvero strano che il re si compiaccia
di starsene così sovente da solo in compagnia di costui, anche se
quando se ne esce viene sempre scortato da un manipolo di soldati». Parlando
con una evidente punta di disprezzo, il duca riferisce la voce secondo la
quale Saint-Germain sarebbe stato il figlio di un portoghese ebreo.
Nel 1760 il re, all'insaputa di tutti i suoi ministri, invia Saint-Germain in
Olanda per una missione diplomatica. Scopo del contatto sondare le possibilità
di una alleanza con l'Inghilterra, chiamata a staccarsi dal patto che la legava
alla Prussia, e stipulare la pace. Per pura combinazione in quei giorni
Saint-Germain si era trovato a condividere lo stesso hotel di un altro mirabolante
avventuriero, Giacomo Casanova, anche lui in Olanda a nome e per
conto del governo francese. I due si erano riconosciuti e Casanova si era convinto
più che mai che il conte non poteva che essere un cialtrone. Ecco come
ne parla nelle sue Memorie:
Un uomo straordinario, nato apposta per fare il re degli impostori e degli imbroglioni,
specie quando, parlando in tutta tranquillità, come se niente fosse, dice di essere nato trecento
anni fa, di conoscere i segreti della medicina universale, di poter padroneggiare le
forze della Natura, di saper lavorare e fondere i diamanti... Eppure, nonostante la sua boria,
la sua sfacciataggine, il suo volto da bugiardo incallito, il suo palese eccentrico modo
di fare, eppure, dicevo, non posso proprio affermare che si tratti di un uomo maleducato
oppure offensivo.
Malgrado queste asserzioni finali, Casanova aveva però lo stesso trovato il
modo di denigrare il conte, facendo circolare una sorta di oracolo cabalistico
che metteva in guardia da Saint-Germain. Frattanto in Francia anche il duca
di Choiseul - che era contrario alla stipula della pace - aveva tramato contro
di lui al punto da dare l'ordine di arrestarlo e rinchiuderlo nella Bastiglia. Ma,
per sua fortuna, l'ambasciatore olandese, venuto a conoscenza del complotto,
gli aveva fatto una “soffiata” ed egli era riuscito a imbarcarsi sulla prima nave
per Londra. La faccenda aveva creato non poco imbarazzo a corte, dove
Luigi e de Belle-Isle erano stati costretti a ammettere di essere stati loro i
mandanti di Saint-Germain per la missione olandese.
Ma i numerosi nemici riuscirono a preparare la sua caduta, anche se non c'è
dubbio che alcune volte era lui stesso, forse per tattica o forse per ingenuità,
a prestare il fianco agli attacchi. Nella fattispecie, era andato a raccontare a
tutti di essere un agente in missione segreta. In Inghilterra Saint-Germain si
era incontrato,con l'ambasciatore di Germania, forse con la speranza di poter
essere accolto alla corte di Sassonia di Federico il Grande. Terrorizzato, l'ambasciatore
si era affrettato a scrivere al segretario di stato prussiano per metterlo
sul chi vive, pregandolo di fare del suo meglio per ostacolare la venuta
del conte, perché con la sua capacità affabulatoria e il suo fascino ipnotico sarebbe
stato capace di incantare il re inducendolo ad adottare chissà quali «disastrose
misure». L'ambasciatore non aveva alcun dubbio sul potere di fascinazione
di Saint-Germain. A questo punto il conte era stato costretto a fare
segretamente ritorno in Olanda, dove aveva acquistato una proprietà spacciandosi
per il conte Surmount; evidentemente a corto di quattrini, aveva anticipato
solo una parte del costo della casa. L'ambasciatore francese lo descrisse
come un uomo «completamente screditato». Ma, per sua buona sorte,
Saint-Germain aveva trovato un altro protettore in Coblenz, ministro dell'Olanda
austriaca, desideroso di poter in qualche modo sfruttare i processi chimici
inventati dal conte negli stabilimenti di Tournai. Coblenz,
completamente ammaliato, aveva riferito a Kaunitz, il
cancelliere austriaco, ogni sorta di meraviglia, come, per
esempio, la trasformazione del vile metallo in oro,
la tintura della seta e di altri materiali in qualsiasi straordinario colore, la sintesi
di una specie di pelle colorata simile a un cuoio morbidissimo. Per quanto
infatuato, Coblenz riusciva egualmente a dire: «L'unica cosa che non sopporto
di lui è quel continuare a mantenere il segreto sulla sua identità e sulle
sue origini». Anche se poi, col trascorrere del tempo, Coblenz avrà in parte
da ricredersi a proposito del carattere del “genio”, di certo aveva intuito quali
potenzialità commerciali si nascondevano dietro ai processi industriali da
lui inventati. Gli stabilimenti a Tournai vennero comunque
impiantati e Saint-Germain era riuscito a farsi scucire la
bellezza di centomila fiorini per dei segreti
che in un primo momento aveva promesso gratuitamente. Ciò malgrado,
aveva lo stesso trovato il modo di sparire senza consegnare tutti i brevetti
e i segreti pattuiti. Ad ogni buon conto, da quel che ne sappiamo, le imprese
di Tournai funzionavano e bene, dal che si deduce che le invenzioni di
Saint-Germain dovevano comunque essere concrete e produttive.
Gli spostamenti compiuti dal conte nei successivi dieci anni non sono noti,
sebbene lui stesso dichiarasse di essere stato in India almeno due volte e di
aver preso parte come combattente alla guerra russo-turca nel mare Mediterraneo
(1768-74). Certamente era andato a San Pietroburgo diventando amico
del conte Alexei Orlov, comandante della spedizione russa nell'arcipelago. La
sua bevanda preferita, il tè ricavato dall'infusione delle foglie di cassia (un lieve
lassativo), divenne noto come tè russo e adottato in massa dalla Marina. Per
motivi ignoti, Saint-Germain arrivò a essere nominato generale dell'esercito
russo. Nel 1774 lo troviamo a Schwabach, nell'Anspach, dove si era trovato
un nuovo mecenate, Carlo Alessandro, margravio del Brandeburgo. Questi era
rimasto eccezionalmente colpito dalla figura del conte quando, recatosi con
lui a salutare Orlov per l'ultima volta, lo aveva visto abbracciare con grande
calore il suo caro amico. Saint-Germain era così diventato
l'ospite del mangravio nel castello di Triersdorf, continuando
serenamente a condurre i suoi
esperimenti. Adesso si faceva chiamare conte Tzarogy. Ma un giorno, probabilmente
nell'ansia di stupire e meravigliare come era suo solito, il conte aveva
confessato quella che era la sua vera identità: egli era il principe Rakoczy
di Transilvania. Il margravio ci aveva creduto, ma quando l'anno appresso era
stato in visita in Italia raccontando nei salotti la storia del suo eccezionale
ospite, era caduto dalle nuvole quando gli era stato riferito che i tre eredi al
trono della Transilvania erano tutti morti e che il suo misterioso e bugiardo
ospite altri non era che un uomo già ovunque ben noto come
conte di Saint-Germain, figlio di un esattore delle tasse di
San Germano. Gemmingen, il ministro
dell'Anspach inviato per confrontarsi con il conte, riferì che il “principe
Rakoczy” a precisa domanda non aveva negato di essere il conte
di Saint-Germain. Era stato costretto di volta in volta a
ricorrere a degli pseudonimi
per evitare i tanti nemici, ma non aveva mai disonorato alcuno dei nomi sotto
la cui protezione si era coperto. In definitiva, la verità. Lo stesso mangravio
aveva riconosciuto la serenità e la modestia del suo ospite, il quale non aveva
mai approfittato della situazione per chiedergli del denaro. Ciò nonostante
Carlo Alessandro era rimasto fortemente deluso e da quel
momento si era rifiutato di accogliere ancora come ospite il
conte dai molti nomi. Così nel
1776, a sessant'anni compiuti, Saint-Germain si era ritrovato ancora una volta
senza una casa. Ripreso a viaggiare, aveva visitato Lipsia, Dresda, Berlino
e Amburgo. A Berlino aveva ardentemente sperato di potersi far ricevere da
Federico il Grande, ma questi non aveva voluto avere nulla a che fare con un
personaggio che reputava un avventuriero ciarlatano.
Finalmente, il conte aveva trovato un nuovo padrone, il principe Carlo di
Hesse-Cassel, dapprincipio poco propenso e aperto al dialogo, ma poi via via
sempre più disponibile. Affascinato da Saint-Germain, il principe accettava
senza discutere tutto ciò che il conte gli raccontava, compresa la storia che
egli era il principe Rakoczy, che era stato allevato nella casa dell'ultimo dei
Medici e che, al momento, aveva ottantotto anni. Carlo lo sistemò in un laboratorio
a Eckenforde, nella regione dello Schleswig-Holstein, dove l'avventuriero
aveva trascorso in santa pace gli ultimi anni della sua vita, soffrendo
periodicamente di depressione e reumatismi per spegnersi serenamente
nel febbraio del 1784, con grave dispiacere del principe Carlo che lo ricordò
come «uno dei più grandi saggi mai comparsi al mondo».
Saint-Germain era appena morto che già le voci sulla sua persona non si
contavano. In un giornale uscito l'anno dopo si annunciava il suo prossimo
ritorno. Madame de Genlis era convinta di averlo visto a Vienna nel 1821.
Nel 1836, in un libro intitolato Souvenirs, l'autrice, la contessa d'Adhémar,
che si vantava di essere stata di casa alla corte di Versailles negli ultimi giorni
della monarchia, disse di averlo incontrato nel 1793 ricordando come le
avesse preannunciato la morte imminente della regina Maria Antonietta. Poi
le aveva detto che, da lì al 1820, si sarebbero ancora visti per altre cinque volte,
ma che non ci sarebbe stata una sesta; e così era avvenuto. Ma G. B. Volz,
che negli anni Venti condusse una approfondita ricerca su Saint-Germain, sostiene
che il conte non sarebbe mai esistito e che Souvenirs era un falso. Nel
1845 Franz Graffer dichiarò nelle sue Memorie di aver visto il
conte di Saint-Germain, il quale gli aveva annunciato che
sarebbe ricomparso sui monti himalayani verso la fine del
secolo, una dichiarazione per la quale Madame
Blavatsky. si sentì autorizzata ad inserire il conte nella breve lista dei suoi
“maestri segreti” tibetani e di citarlo con grande reverenza nel suo libro La
dottrina segreta. Ma ancora una volta si scoprì che anche le Memorie di
Graffer erano un falso. Tuttavia, quando nel 1885 la Blavatsky aveva fatto visita
alla contessa d'Adhémar e alla signora Cooper-Oakley, il cui volume sulla
vita di Saint-Germain era apparso nel 1912, aveva avuto modo di rendersi
conto che presso gli archivi privati della famiglia erano ancora conservati documenti
relativi al misterioso avventuriero. Per chiudere la saga, c'è infine da
ricordare che nel 1972, un giovane di nome Richard Chanfray comparve alla
televisione francese dichiarando di essere Saint-Germain, dando dimostrazione
di saper trasformare il piombo in oro, utilizzando semplicemente un
fornellino da campeggio.
Ora che abbiamo esaminato tutto quanto a nostra conoscenza, che possiamo
concludere a proposito di questo incredibile “uomo del mistero”? Primo - e
dispiace persino un po' dirlo - che non può certamente essere
preso ad esempio come figura di mago o maestro segreto. Se diamo retta a quanto aveva
espresso l'ambasciatore prussiano a Dresda, quando diceva: «una sorta di disordinata
vanità sembra costituire il meccanismo del suo modo di essere»,
non possono esserci dubbi sul fatto che Saint-Germain era un vanesio che
parlava troppo, anche se non mancano attestazioni di testimoni contemporanei
che affermano il contrario. Pur ammettendo tutto questo, si può essere lo
stesso vanesi e chiacchieroni ma geniali. (Il primo esempio che ci viene in
mente è quello straordinario di George Bernard Shaw). Altrettanto chiaro è
che Saint-Germain era un grande entusiasta, dotato di un formidabile talento.
Da parte sua, non si era mai definito né un mago né uno studioso di occultismo,
anzi si era sempre dichiarato un materialista convinto, il cui unico scopo
era quello di contribuire al benessere dell'umanità. Diderot e D'Alembert
non avrebbero avuto esitazioni nel riconoscere in questo uomo dallo spirito
aperto un ideale collaboratore per la loro Enciclopedia.
Il vero, profondo mistero legato a Saint-Germain è che era contemporaneamente
un genio e un ciarlatano. Possedeva in misura eccelsa quello che noi
oggi chiamiamo uno spiccato senso della mondanità, il desiderio di intrigare
e affascinare. E sono proprio queste caratteristiche della sua personalità che
ci fanno pensare che egli non fosse chi sosteneva di essere. Non era, per
esempio, di certo l'ultimo erede della dinastia regale della Transilvania, i cui
ultimi principi erano stati personaggi ben noti. Poi quel suo desiderio quasi
viscerale di comparire come un sovrano in esilio tradiva una nascita presso
un'umile famiglia e una fanciullezza trascorsa a fantasticare a occhi aperti fama
e gloria. I resoconti su imbroglioni e ciarlatani si contano in gran numero,
ma è assai improbabile, per non dire impossibile, trovarne uno nato in una
famiglia ricca o anche solo benestante. Da qui possiamo
desumere che Saint-Germain non era dunque il rampollo, per
quanto bastardo, della regina di
Spagna. Sappiamo che nel corso della sua vita cercò sempre di apprendere e
imparare e che la chimica era la passione della sua vita. In altre circostanze
avrebbe potuto benissimo diventare un Lavoisier, un Robert Boyle o un Michael
Faraday. La sua naturale brillantezza lo rendeva sovente antipatico, dall'alto
della sua intelligente ironia, concedendo poca considerazione a coloro
che gli stavano attorno, tanto che viene da pensare che quando dichiarava di
avere trecento anni o di essere stato intimo amico del re Francesco I, lo facesse
provocatoriamente apposta per dimostrare a se stesso e alla sua intelligenza
quanto fosse facile dimostrare la stupidità umana.
Forse l'unico vero, concreto enigma sta nel sapere dove attingesse il denaro
che gli consentiva di atteggiarsi a principe. Poiché, in fondo, era un uomo
onesto (se solo facciamo eccezione per l'affare della impresa di Toumoi) la
risposta è che evidentemente era in grado di far fruttare nel migliore dei modi
sotto l'aspetto commerciale le sue scoperte in campo chimico. Forse potrà
sembrare un poco banale dopo tutte queste parole arrivare a concludere che
uno dei più inquietanti uomini del mistero, un maestro segreto, altri non era
che un brillante, geniale chimico ante litteram. Sarà anche così, qualcuno si
sentirà pure deluso, ma, questa sembra essere l'unica teoria in grado di spiegare
i fatti così come li conosciamo.
 
CAPITOLO 17.
LA CRIPTA DELLE BARBADOS.

Il mistero delle bare rimosse.
Il 9 agosto 1812 la bara dell'onorevole Thomas Chase, uno schiavista delle
isole caraibiche Barbados, veniva fatta scendere nella cripta di famiglia. Appena
scostata la grande lastra marmorea che chiudeva la tomba, la luce delle
fiaccole illuminò qualcosa di strano. Una delle tre bare già contenute nella
camera sepolcrale era rovesciata. Un'altra, quella di un bambino, giaceva
sottosopra in un angolo. Appariva a tutti ovvio che la cripta era stata profanata.
Eppure, a ben guardare, non c'era alcun segno di manomissione. Rimessi
i sepolcri al loro posto, la tomba era stata accuratamente richiusa.
Quando la notizia si diffuse, la gente del posto non ebbe dubbi: erano stati
certamente gli schiavi negri a combinare quel pandemonio, dal momento che
Chase e la sua famiglia non meritavano altro, crudeli e senza scrupolo com'erano.
Non per nulla, la terza delle tombe già presenti nella cripta era quella
della figlia di Chase, Dorcas Chase, suicidatasi solo un mese prima per sottrarsi,
si mormorava, alla brutale violenza del padre.
Passano quattro anni e questa volta - è il 25 settembre del 1816 - tocca alla
minuscola bara di un bambino di appena undici mesi, Samuel Brewster
Ames, ad essere condotta nella tomba di famiglia. Ancora una volta la stanza
è tutta a soqquadro. Qualche ignota mano ha deposto a terra le quattro bare,
compresa quella di Thomas Chase che solo a stento otto uomini robusti erano
riusciti a sistemare il giorno del funerale. Di nuovo si rimette tutto a posto
e la cripta viene risigillata con cura e attenzione.
Dopo circa due mesi era ancora ora di riaprirla per accogliere la salma di Samuel
Brewster, uno della famiglia ucciso in aprile nel corso di una rivolta di
schiavi e temporaneamente sepolto altrove. Tutti i sepolcri erano in disordine.
Ancora una volta si pensò alla vendetta degli schiavi negri; ma il mistero era
egualmente insoluto: come riuscivano a penetrare? Le grandi lastre di marmo
erano state ogni volta cementate e ogni volta non c'era traccia di effrazione.
Una delle bare - quella della signora Thomazina Goddard, la prima a essere
stata introdotta nella cripta - aveva tutte le tavole scompaginate, come se
qualcuno si fosse accanito con una violenza estrema. Per far fronte temporaneamente
alla situazione le assi di legno erano state rimesse insieme con delle
corde e la bara appoggiata contro una parete. Poi, visto che la cripta era di
dimensioni ridotte (3,5 m per poco meno di 2), le bare più piccole erano state
risistemate sopra quelle più grandi. Alla fine, per l'ennesima volta, il posto
era stato rinchiuso e sigillato.
A questo punto la macabra storia aveva fatto il giro delle isole, suscitando
grandi emozioni. In breve la Chiesa di Cristo e il suo rettore, il reverendo
Thomas Orderson, si trovarono al centro della preoccupazione popolare. Se
con i curiosi e verso coloro che erano alla caccia di sensazionalismi, il reverendo
si mostrava alquanto intransigente, a chi lo interrogava senza morbosità,
raccontava che, essendo pure lui ansioso di risolvere il singolare mistero,
non aveva esitato ad accogliere l'invito del magistrato locale e assieme a
lui aveva compiuto alcune perlustrazioni che però non avevano dato alcun
esito. Come i vandali potessero infilarsi nella cripta continuava dunque a restare
un mistero. Non solo non esisteva alcun passaggio segreto, ma sia le pareti
che il pavimento e il soffitto a botte risultavano ben scavati nella solida
vena di roccia calcarea. E se il disordine fosse stato provocato da qualche infiltrazione
di acqua si sarebbero senz'altro trovate indiscutibili tracce; senza
dimenticare che era del tutto improbabile che pesantissimi sarcofaghi potessero
galleggiare. In merito poi alla teoria che stava poco a poco facendosi
strada presso i nativi indigeni, vale a dire che la cripta fosse maledetta e che
in essa agissero forze di ordine soprannaturale, ovviamente Orderson non poteva
che far orecchio da mercante.
Quando un altro membro della famiglia morì, l'attesa per quella nuova inumazione
era febbrile. Il 7 luglio 1819 (qualcuno riporta la data del 17) toccò
alla signora Thomazina Clarke essere introdotta nel sepolcro, ben rinchiusa
in una bella cassa di prezioso legno di cedro. Per rimuovere l'abbondante cemento
che sigillava la porta d'ingresso ci volle un bel po' di tempo, ma anche
una volta rimosso la porta non voleva saperne di schiudersi. Immediatamente
dietro, infatti, stava appoggiata la bara di Thomas Chase, che l'ultima
volta in cui si era scesi nella cripta era stata sistemata a buona distanza. Anche
tutti gli altri sacelli erano stati violati, con la sola eccezione della bara
della signora Goddard, quella tenuta insieme con delle funi. Prova ulteriore
che non si poteva comunque parlare di inondazione, perché altrimenti non si
sarebbe potuto spiegare come mai pesanti sarcofaghi di pietra avessero potuto
galleggiare sull'acqua e una bara di legno no.
Uno dei primi a penetrare nella tomba era stato il
governatore, Lord Combermere, il quale davanti a tanto
disastro aveva immediatamente disposto
un'inchiesta. Ma solo per verificare ciò che il reverendo Orderson già sapeva:
non esisteva alcun passaggio o transito rintracciabile che consentisse a
chicchessia di penetrare nella cripta, né una botola dal pavimento e neppure
qualche cavità dalla quale potesse infiltrarsi dell'acqua. Prima di richiudere
la tomba, il governatore aveva dato ordine di lasciare uno spesso strato di
sabbia sul pavimento, al fine di poter registrare le impronte di chi si fosse furtivamente
introdotto. Poi, di nuovo, la porta di accesso era stata richiusa con
abbondante cemento. Come ultimo tocco, Combermere aveva addirittura posto
il proprio sigillo personale sullo stipite, così che nessuno avrebbe potuto
passare da lì senza forzare la porta e lasciare un segno inequivocabile.
Otto mesi dopo, il 18 aprile del 1820, nel corso di un party tenuto presso l'abitazione
del governatore, la discussione, come sovente accadeva, si era nuovamente
focalizzata sull'enigma della tomba costantemente violata. Eccitato
dal ricordo, Combermere aveva deciso, seduta stante, di andare a dare un'occhiata
sul posto, per verificare se le precauzioni adottate si fossero rivelate
efficaci. Il gruppo era composto di nove persone, fra cui il governatore, il rettore
e due esperti muratori. Il cemento che fermava la porta di accesso era intatto
e così il sigillo, quindi nessuno aveva violato il passaggio. Aperta la porta
erano scesi nella cripta. Ogni cosa era sottosopra. La piccola bara di un
bambino era stata trasportata addirittura sulla scalinata discendente e ostruiva
il transito, mentre quella di Thomas Chase era stata rovesciata. Di nuovo,
la sola intoccata risultava quella della signora Goddard, trattenuta con le corde.
La sabbia depositata sul pavimento non rivelava alcuna impronta. A lungo
i due esperti muratori avevano perlustrato, battendo con i martelli, pareti,
soffitto e pavimento alla ricerca di qualche passaggio segreto o botola nascosta.
Il mistero non poteva trovare alcuna soluzione. Allora il governatore aveva
ordinato di estrarre tutte le bare e di seppellirle in qualche altro luogo. Così
era stato fatto e la cripta era rimasta completamente deserta.
Nessuno fra i tanti autori e ricercatori che riportano questo strabiliante caso
è mai riuscito a offrire una soluzione convincente. Le spiegazioni naturali più
logiche sono quelle dell'inondazione o di scosse telluriche. Ma la prima causa
non solo avrebbe anche smosso la cassa in legno della Goddard ma avrebbe
portato via la sabbia sul pavimento, senza contare che piogge così consistenti
da provocare una inondazione non sarebbero certo passate inosservate.
Lo stesso dicasi per le scosse di terremoto, che per scoperchiare e ribaltare
bare così pesanti, sballottandole come dadi in un bicchiere, sarebbero state
avvertite ovunque nell'isola. Conan Doyle suggerì l'ipotesi di esplosioni all'interno
della cripta, provocate dagli influssi negativi concentrati degli schiavi
negri, capaci di far saltare le bare innescando i gas esplosivi originati dalla
decomposizione. Ovviamente, non c'è niente di più assurdo.
Tuttavia, una spiegazione, diciamo così, soprannaturale potrebbe essere l'unica
in grado di dare ragione del mistero. Correva voce presso la gente che lo
strano fenomeno aveva incominciato a manifestarsi solo dopo che nella tomba
di famiglia era stata deposta una donna che si era suicidata. Stando alla
teoria supernaturale, le anime delle altre persone sepolte non l'avrebbero accettata:
da qui i continui sconvolgimenti. Ma, come ben sappiamo, la movimentazione
di lastre e bare comporta la fenomenologia del poltergeist e tutti
i ricercatori sono d'accordo nel sostenere che per attivare un simile evento è
necessaria una forte “sorgente energetica” come, per esempio, l'instabilità di
una personalità in fase di formazione come quella di un adolescente. Ma, evidentemente,
una cripta piena solo di morti non può in alcun modo fornire un
simile motore primo energetico.
Per i negri locali si trattava, ovviamente, di voodoo in piena regola, ossia la
manifestazione di una potente forza magica messa deliberatamente in moto
dall'azione di un mago o di uno sciamano, con lo scopo di assecondare la
vendetta degli schiavi soggiogati da Chase e dalla sua famiglia. Certo, si tratta
di un'ipotesi che suona per lo meno azzardata, ma resta ancora oggi l'unica
disponibile, in qualche modo accreditata.
 
CAPITOLO 18.
KASPAR HAUSER.

Il ragazzo giunto dal nulla.
Il caso di Kaspar Hauser è in assoluto il più straordinario mistero storico del
XIX secolo. Ma forse è anche qualcosa di più. Il povero giovane fu anche il
soggetto di un esperimento crudele, di quello che noi oggi chiamiamo “privazione
sensoriale”, e i risultati di questo esperimento furono, se così si può
dire, ancora più interessanti che non il già di per sé avvolgente mistero della
vera identità di Kaspar.
Il 26 maggio del 1828, lunedì di Pentecoste, la piazza Unschlitt di Norimberga
era pressoché deserta. Tutta la gente si era sparpagliata nei prati e nelle
campagne vicine per festeggiare all'aperto la tradizionale giornata festiva
(l'Ausflug). Verso le cinque del pomeriggio nella piazza era comparso un giovane
male in arnese che era andato a gettarsi sfinito nelle braccia del ciabattino,
il signor George Weichmann. Il ragazzo aveva una bella costituzione, ma
era malnutrito e camminava in un modo strano e rigido. Weichmann prese la
busta che il ragazzo gli porgeva e vide che era indirizzata al capitano del quarto
squadrone, del sesto reggimento di cavalleria di stanza in città. Il giovane
sembrava incapace di rispondere alle domande e l'unico verso che faceva era
un curioso borbottio, tanto che il ciabattino pensò fosse ubriaco. Sembrava un
idiota. Ad esempio, aveva cercato di afferrare con le dita la fiamma di una candela
e si era stupito quando si era sentito scottare. Quando gli erano stati offerti
birra e cibo, aveva osservato ogni cosa come se non avesse saputo che farne;
quando però aveva visto del pane nero e della semplice acqua vi si era gettato
sopra in modo famelico. Il grande orologio del campanile lo terrorizzava. Le
sole parole che riusciva a pronunciare erano “Weiss nicht” (“Non so”).
Nella busta erano contenute due lettere. La prima iniziava così: «Onorevole
capitano. Le invio un giovane che intende servire sua maestà il re sotto le armi.
Mi è stato consegnato il giorno 7 ottobre 1812. Io non sono che un povero
lavoratore ed ho già i miei figli a cui accudire. La madre mi ha supplicato
di prenderlo e allevarlo... Non ho potuto dirle di no. Per tutto il tempo che è
rimasto con noi non gli ho mai permesso di uscire di casa». Ovviamente, la
lettera non era firmata. Nella seconda missiva c'era scritto: «Questo ragazzo
è già stato battezzato. Il suo nome è Kaspar. Se volete, però, potete dargli un
altro nome. Suo padre era un militare di cavalleria. Quando avrà compiuto diciassette
anni venga portato a Norimberga e consegnato al reggimento del sesto
cavalleria, perché era a questo corpo che apparteneva suo padre. La sua
data di nascita è il 30 aprile 1812. Io sono una ragazza povera in canna, non
posso proprio crescerlo. Suo padre è morto». Questa seconda lettera era probabilmente
quella che il “povero lavoratore” anonimo aveva a sua volta ricevuto
quando il ragazzo gli era stato affidato.
Condotto nell'ufficio della polizia locale, ricevuta una matita il giovane
aveva scritto nome e cognome: Kaspar Hauser. A tutte le domande continuava
a rispondere come sempre: non so.
La storia, tutto sommato, sembrava abbastanza chiara: un figlio illegittimo,
abbandonato sulla soglia di qualche casa e pietosamente raccolto da qualche
straniero. Ma come mai era stato tenuto in casa per diciassette anni? I piedi
erano così deboli e delicati - sanguinava addirittura attraverso le scarpe - segno
più che evidente che non era avvezzo a camminare. La pelle era chiara,
pallida, come se fosse stato da sempre confinato nel buio. Ad un più attento
esame si vide che le due lettere erano state vergate dalla stessa mano e nello
stesso momento, non certo dunque sedici anni prima. Gli abiti che indossava
sembravano rubati a uno spaventapasseri e certamente non erano suoi. Forse
qualcuno voleva depistare, confondere le tracce.
Il giovane venne rinchiuso in una cella. Il secondino, che lo teneva a lungo
d'occhio, notò che si trovava perfettamente a suo agio e che era capace di
starsene fermo, immobile in un angolo per ore e ore senza apparente fatica.
Non possedeva il senso del tempo, né dava segno di sapere che cosa fossero
ore e minuti. Padroneggiava un modestissimo vocabolario. Fra le poche cose
che riusciva a dire, ripeteva che voleva diventare un cavaliere proprio come
suo padre (una frase che ripeteva in modo meccanico come un pappagallo).
Tutti gli animali che vedeva per lui erano cavalli e si mostrava fortemente interessato
a loro. Un giorno quando uno dei tanti visitatori che facevano la fila
per poterlo andare a vedere in cella, gli aveva regalato un cavallino, lo aveva
ornato con nastrini, ci giocava in continuazione e ogni volta che era ora di
mangiare pretendeva di imboccarlo. La gente sembrava non dargli fastidio,
tanto è vero che non si preoccupava di svolgere anche in pubblico le sue funzioni
corporali, completamente privo di qualsiasi senso del pudore. Sembrava
non distinguesse la differenza fra uomo e donna: si riferiva alle persone
dei due sessi chiamandole indifferentemente “ragazzi” (Junge).
Una delle sue caratteristiche più spiccate consisteva in una acutezza a dir
poco straordinaria. Se recipienti con caffè e birra si trovavano nella stessa
stanza stava male e incominciava a vomitare; la vista e il sapore della carne
gli provocavano nausea. Solo ad annusare il vino si ubriacava, una sola goccia
di brandy mescolato in un bicchiere d'acqua l'aveva fatto ammalare. Udito
e vista erano acutissimi, non per niente era in grado di vedere al buio, capacità
che dopo seppe dimostrare in pubblico leggendo brani della Bibbia in
totale mancanza di luce. Era così sensibile alle calamite da essere in grado di
riconoscere il polo sud o il nord se solo l'ago indicatore era rivolto verso la
sua persona. Distingueva i diversi metalli semplicemente passandovi la mano
sopra, anche se erano coperti da un telo. (Alcuni anni dopo, il medico
americano Joseph Rodes Buchanan studierà a fondo questa capacità, da lui
chiamata psicometria, vedi il Capitolo 38, accorgendosi che molti dei suoi allievi
erano in grado di manifestarla).
Dapprima Kaspar era sembrato un idiota, viveva come in un continuo intontimento.
Come un animale, era terrorizzato dai temporali. Ma l'idea che si
trattasse di un ritardato mentale venne ben presto abbandonata. L'attenzione
dei visitatori che facevano la fila per andarlo a vedere gli faceva piacere.
Ogni giorno che passava si faceva sempre più attento e perspicace, proprio
come un bambino che impara dall'esperienza fatta. Anche il numero delle parole
che utilizzava cresceva di giorno in giorno, assieme alla destrezza manuale.
Imparò a usare forbici, penna e calamaio, fiammiferi. Mano a mano
che la sua intelligenza aumentava anche l'aspetto fisico si modificava. Se prima
la maggior parte delle persone che lo avevano osservato l'avrebbe giudicato
come il tipico idiota, rozzo, ottuso, maldestro e scostante, ora le fattezze
del suo viso si erano modificate e i tratti si erano fatti più raffinati. Continuava
però a camminare in modo molto strano: nella parte posteriore delle ginocchia,
nel punto in cui una persona normale ha una infossatura, Kaspar
aveva delle protuberanze, così che quando si sedeva per terra con le gambe
distese, queste erano in contatto col pavimento per tutta la loro estensione.
Quando imparò a parlare fu anche in grado di raccontare qualche episodio
della sua vita. Ma la cosa non fece che aumentare il mistero. In un bollettino
informativo fatto pubblicare dal borgomastro Binder e dal consiglio cittadino
di Norimberga si raccontava che dalle prime asserzioni si poteva ritenere che
Kaspar fosse cresciuto in una stanza, non più spaziosa di un paio di metri quadrati,
aerata e illuminata da una finestrella a grate. Non c'era un letto ma un
semplice pagliericcio gettato sulla nuda terra. La celletta era così bassa da non
permettergli di stare in piedi. Non vedeva mai nessuno. Ogni mattina al risveglio
trovava pane e acqua. A volte l'acqua aveva un sapore più amaro e allora
cadeva in un sonno profondo. Quando si ridestava scopriva che il pagliericcio
era stato cambiato e che gli erano stati tagliati i capelli. Gli unici giocattoli che
aveva erano tre piccoli cavalli di legno. Un giorno un uomo era entrato nella
cella e gli aveva insegnato a scrivere il suo nome, Kaspar Hauser, e a ripetere
due sole frasi: «Voglio diventare un soldato» e «Non so». Finalmente una mattina
si era svegliato vestito con gli abiti con cui lo avevano trovato. Poi era tornato
quell'uomo che lo aveva fatto uscire all'aria aperta. Mentre si stavano allontanando
dal luogo della sua prigionia, l'uomo gli raccontava che una volta
soldato gli sarebbe stato dato un bel cavallo vero, tutto per lui. Il misterioso
accompagnatore l'aveva quindi abbandonato alle porte di Norimberga.
In breve Kaspar divenne famoso e di lui si parlava in tutta la Germania. La
cosa non doveva far piacere a chi lo aveva liberato. I suoi carcerieri, sicuramente,
avevano pensato che una volta arruolato il ragazzo sarebbe finito nel
dimenticatoio e nessuno se ne sarebbe più occupato. Ora, invece, attorno a lui
si era creato un caso nazionale e tutti si ponevano domande, tutti investigavano
e interrogavano.
Il borgomastro e il consiglio di Norimberga stabilirono di assumere Kaspar
sotto la protezione della città. Sarebbe stato mantenuto a spese della comunità,
utilizzando danaro pubblico. Nella spenta e monotona Norimberga del
tempo, in effetti, il ragazzo misterioso rappresentava un motivo di interesse e
attrazione. Tutti volevano venire a capo dell'enigma. In città
comparvero migliaia di volantini in cui si chiedeva alla
popolazione di contribuire alla ricerca
e si prometteva un premio consistente a chi avesse offerto notizie decisive
al riconoscimento di Kaspar. Da parte sua, la polizia prese a setacciare i
dintorni della città e la campagna tutto attorno per rintracciare la cella d'isolamento.
Doveva trattarsi, ovviamente, di un posto non lontano da Norimberga.
Ma non si venne a capo di nulla.
Fra le molte iniziative, il consiglio cittadino decise di affiancare a Kaspar un
accompagnatore che lo assistesse continuamente. Venne prescelto il professore
e scienziato Georg Friedrich Daumer. Questi era particolarmente interessato
agli studi di “magnetismo animale” ed era stato lui che aveva condotto
gli esperimenti in cui Kaspar aveva dimostrato di distinguere anche al buio
la diversa polarità di una calamita. Sotto la guida attenta e curiosa di Daumer,
Kaspar si trasformò in un giovane uomo dalla normale intelligenza. Come
tutti i giovani desiderosi di vivere, amava stare al centro dell'attenzione. Divenne
addirittura frivolo. Insomma, rientrò pure lui nella piena normalità,
tanto che negli ultimi anni della sua vita era venuto ad assomigliare a uno di
quegli antichi busti di Nerone, dove l'imperatore è tratteggiato paffuto e con
qualche ricciolo ribelle sulla fronte.
Uno dei più colti e preparati personaggi che visitarono e studiarono Kaspar
fu l'avvocato e criminologo Anselm Ritter von Feuerbach, rinomato autore
del codice penale bavarese. Egli giunse alla conclusione che nelle vene del
ragazzo scorreva sangue nobile. D'altro canto, l'unica ipotesi plausibile per il
suo imprigionamento non poteva che essere una sola: si trattava di un erede
indesiderato. Ovviamente, a Kaspar questa nuova non aveva fatto di certo dispiacere.
Passati diciassette mesi dal suo “ritrovamento”, qualcuno aveva tentato di
ucciderlo. Il 7 ottobre del 1829, Kaspar era stato trovato riverso esanime sul
pavimento della stanza che occupava nella casa del professor Daumer. Sanguinava
dal capo a causa di una vasta lacerazione e aveva la camicia stretta
attorno alla vita. Una volta ripresosi, aveva detto di essere stato aggredito da
un uomo, il volto coperto da una maschera per non farsi riconoscere, che lo
aveva colpito con un bastone o un coltello. La polizia si era messa subito in
azione, scandagliando la città; ma fra i fermati ed i sospetti non venne trovata
alcuna persona che rispondesse alle descrizioni fatte da Kaspar. Qualcuno,
allora, incominciò a ventilare l'ipotesi che in realtà non c'era mai stato un aggressore
e che si trattava di una messa in scena architettata dallo
stesso Kaspar per riguadagnare il centro dell'attenzione
popolare. D'altro canto nessuno
riteneva, Daumer neppure, che il ragazzo fosse uno stinco di santo, un angioletto.
Tuttavia, una parte dell'opinione pubblica temeva per la sua vita. Si
decise di spostarlo in una nuova dimora, dove era continuamente sorvegliato
da una coppia di agenti, mentre Ritter von Feuerbach venne riconosciuto come
suo custode e padrino. Nei due anni che seguirono Kaspar uscì dalla vita
pubblica, ma non certo dall'immaginazione e dalla curiosità della gente. Ora
che la novità della sua avventura si era spenta, erano in tanti a protestare con
l'amministrazione pubblica per le spese che la cittadinanza si doveva sobbarcare
per il suo mantenimento.
Venne allora proposta una soluzione che accontentò tutti. Un ricco ed eccentrico
inglese, Lord Stanhope - nipote del primo ministro Pitt - interessato
al caso di Kaspar, aveva voluto conoscerlo e intervistarlo. Fra i due era nata
una forte simpatia sin dalle prime battute. Il lord lo conduceva a pranzo al
ristorante e Kaspar veniva spesso visto a bordo della sua carrozza. Anche
Stanhope era convinto che il giovane fosse di nobile stirpe ed era grandemente
affascinato dal suo mistero. Così quando offrì a Kaspar un viaggio per
l'Europa, l'intera Norimberga trasse un respiro di sollievo. Tra il 1831 e il
1833 Kaspar Hauser venne presentato e introdotto presso alcune corti minori
europee, dove non mancò di suscitare grande interesse e emozioni. Anche
se alcuni membri delle case reali della Baviera, in particolare quella di Baden,
lo respinsero, timorosi di andare incontro a spiacevoli conseguenze legali,
nel momento in cui il loro nome e il loro casato venisse accostato a quello di Kaspar...
Ma tutto questo bel vivere e sfarzo si rivelarono poco adatti al carattere e al
temperamento di Kaspar. Come era prevedibile, il giovane divenne vacuo,
vanitoso e bizzoso. In breve Stanhope ne fu deluso. Quando nel 1833 il viaggio
fu concluso e tornarono a Norimberga, Lord Stanhope inoltrò formale domanda
al consiglio cittadino di Norimberga per poter trasferire Kaspar nella
vicina cittadina di Ansbach, dove sarebbe vissuto sotto le cure di un suo amico,
il dottor Mayer, e custodito per la sua sicurezza da un certo capitano
Hickel. Dopo di che, sollevato dall'aver eseguito quello che probabilmente
aveva ritenuto fosse un suo compito, Lord Stanhope se n'era tornato in Inghilterra.
Poi, appena qualche giorno prima del Natale, Kaspar era morto. Il 14 dicembre
1833, in un pomeriggio di neve, si era presentato alla porta di Mayer,
ansimando: «Un uomo, un uomo mi ha accoltellato... un
coltello... Hofgarten... la borsa... presto andate a vedere». Un medico, chiamato d'urgenza, riscontrò
che Kaspar era stato accoltellato sul fianco. Un polmone e il fegato
erano stati gravemente danneggiati. Hickel si era subito precipitato nel parco
dove il ragazzo stava passeggiando e aveva trovato una borsa di seta piena di
monete contenente un biglietto scritto al contrario che diceva: «Hauser sarebbe
in grado di dirvi come sono, da dove vengo e chi sono. Ma per risparmiargli
questa incombenza lo farò io stesso. Io vengo da... sul confine della
Baviera... Sul fiume... Il mio nome è M. L. O.».
Kaspar non seppe fornire alcun ragguaglio a proposito dell'identità dell'uomo.
L'unica cosa che seppe dire fu di aver ricevuto un messaggio da un fattorino
in cui veniva invitato ad andare nel parco di Hofgarten. Qui aveva incontrato
un uomo alto, il quale con una voce bisbigliante gli aveva chiesto:
«Siete voi Kaspar Hauser?». Al suo assenso, gli aveva consegnato la borsetta
e questi lo aveva accoltellato, scappando all'istante.
Tra le altre cose Hickel osservò anche un dettaglio molto importante che rese
sin da subito dubbia la storia: nella neve si poteva notare soltanto una serie
di impronte, quelle di Kaspar. Ma quando due giorni dopo, il 17 dicembre,
per la gravità delle ferite, il ragazzo era entrato in coma, una delle ultime cose
che aveva detto era stato: «Non sono stato io, non l'ho fatto da solo».
La sua morte fu il segnale per lo scatenarsi di pubblicazioni e pamphlets, in
cui ciascun autore proponeva la sua ipotesi. Feuerbach diede alle stampe un
lavoro dal titolo Esempio di un crimine perpetrato contro l'anima di un uomo,
continuando a sostenere l'idea che Kaspar avesse sangue reale nelle vene.
Per evitare grane, non faceva nomi e cognomi, tuttavia l'opinione pubblica
non ebbe difficoltà a immaginarne qualcuno. In cima alla lista c'era, per
esempio, il granduca di Baden. Il vecchio duca Karl Friederich aveva contratto
un matrimonio morganatico con una graziosa diciottenne, Caroline
Geyer, in merito alla quale si raccontava avesse allontanato i figli avuti da
una precedente unione, affinché l'eventuale erede non corresse rischi sulla
successione. Uno di questi eredi sarebbe stato per l'appunto Kaspar Hauser.
Si trattava, ovviamente, di una storia fantasiosa che presupponeva un allontanamento
quand'era neonato e la consegna a un “guardiano”. Seguendo questa
teoria, l'uomo sarebbe stato Franz Richter. Lui avrebbe rinchiuso Kaspar
in una segreta del castello di Pilsach, nei pressi di Norimberga. (Il castello era
infatti un'immensa fattoria). Alla morte della madre, Richter avrebbe spedito
il ragazzo a Norimberga. Ma, in realtà, erano tutte supposizioni e non esisteva
alcuna prova evidente né per questa né per altre ipotesi.
Come non c'era prova alcuna che Kaspar fosse di sangue blu. Se davvero
fosse stato l'erede a qualche trono o anche soltanto di qualche consistente
fortuna, diventa difficile spiegarsi come mai era stato trattato con tanta durezza,
imprigionato in una celletta angusta, dal momento che non sarebbero
certo mancati i fondi per farlo crescere assistito in qualche posto lontano.
Piuttosto, viene da osservare che l'inumano trattamento cui venne sottoposto
è più tipico di una gretta mentalità contadina. In un caso analogo accaduto
nel XX secolo in Cornovaglia, un disertore della prima guerra mondiale, certo
William Garfield Rowe, venne tenuto rinchiuso dalla famiglia per oltre
trent'anni, lungi dall'idea di immaginare che questa lunga segregazione potesse
in qualche modo costituire per lui un nocumento peggiore dei pochi mesi
che avrebbe trascorso in carcere se si fosse costituito. (Nel 1963 Rowe salì
comunque agli onori della cronaca per un altro motivo, quando venne assassinato
da due disoccupati, che furono presi e impiccati). L'ipotesi che Kaspar
fosse il figliastro di un granduca non sembra più accreditata di quella che lo
vede nei panni di erede illegittimo della figlia di qualche rispettabile fattore
ingravidata da un signorotto locale e spaventata dall'eventualità che il suo segreto
potesse diventare oggetto di pettegolezzo per la gente del posto.
Ma allora come si possono spiegare le aggressioni? Non è da escludere che
non siano mai avvenute. Dopo la prima, avvenuta in casa di Daumer, le voci
a Norimberga parlavano di un atto di autolesionismo, un gesto per attirare
l'attenzione sulla appena edita autobiografia di Kaspar rivelatasi un fiasco. Il
motivo della seconda avrebbe potuto essere l'incapacità a sopportare una
condizione di anonimato, visto che ormai l'entusiasmo dell'opinione pubblica
per il mistero del giovane sconosciuto era ormai decisamente scemato.
Il caso di Kaspar ci offre comunque l'opportunità di approfondire il discorso
su quella che può essere la psicologia di un essere umano vissuto per diciassette
anni nella più completa segregazione. Ai bambini piace essere al
centro dell'attenzione e fanno di tutto pur di riuscirci. (Mark Twain ha dato
segno di intuire alla perfezione questo atteggiamento, quando in un episodio
del suo capolavoro Tom Sawyer fa finta di essere annegato per poter assistere
da spettatore al suo funerale). Molti ragazzi desiderano l'approvazione degli
adulti e sono pronti a raccontare un mucchio di bugie per ottenerla. Nel
suo libro sul caso Kaspar, Jacob Wassermann racconta il feroce disappunto
del professor Daumer quando si era reso conto che Kaspar non era né così ingenuo
né così sincero come credeva. Fermiamoci un attimo a
riflettere. Kaspar era vissuto per tanto tempo isolato,
emergeva dall'oscurità. Ad un tratto,
di colpo, si era trovato al centro dell'attenzione e di mille accadimenti: in
breve, era diventato una celebrità in tutta Europa. Però, anche se l'età anagrafica
segnalava diciassette anni, in realtà la sua mentalità era quella di un
bambino di due. Se dal punto di vista intellettuale crebbe in modo velocissimo,
sotto il profilo emotivo era rimasto un adolescente. Pertanto è perfettamente
comprensibile che tentasse, quasi disperatamente e con tutti i mezzi, di
mantenere vivo il più a lungo possibile l'interesse che la gente provava nei
suoi confronti.
Viste sotto questa luce, ecco che le due aggressioni diventano decisamente
spiegabili. L'uomo mascherato che si era introdotto nella casa di Daumer e
che lo aveva colpito in testa con un bastone o con un coltello (in merito all'arma
usata non si riuscì mai a venire a capo di nulla), avrebbe corso un rischio
così alto senza neppure avere la certezza di averlo ucciso, visto che se
n'era andato subito dopo l'aggressione? E, ancora: possibile che un uomo come
il capitano Hickel si sia sbagliato, quando pur nella concitazione del momento,
aveva ritenuto di scorgere nella neve del parco soltanto le impronte di
Kaspar? E perché il misterioso messaggio era scritto al contrario? L'aveva
per davvero vergato Kaspar con la mano sinistra, ponendosi davanti a uno
specchio, per fare in modo che la sua calligrafia non venisse riconosciuta?
(Ben si sa che questo è il metodo per chi desidera allenarsi a scrivere con la
mano sinistra). E per quale motivo, poi, il messaggio era così sconclusionato:
«Hauser sarebbe in grado di dirvi come sono, da dove vengo e chi sono...».
Perché un assassino prezzolato avrebbe dovuto scrivere una lettera simile?
Non è forse più logico immaginare che il povero Kaspar, depresso e
avvilito dalla ormai sfumata notorietà, abbia deciso di infliggersi una ferita
mortale, non riuscendo più a reggere alla delusione di quella nuova vita anonima?
Se è accaduto per davvero così, alla resa dei conti il povero Kaspar ha comunque
ottenuto ciò che desiderava, vale a dire una simpatia e un ricordo
universali e un posto nei libri della storia dei grandi misteri.
 
CAPITOLO 19.
FEDOR KUZMICH.

Lo zar morì sotto le mentite spoglie
di un monaco sconosciuto?
Nel 1836 il trentaseienne Fedor Kuzmich venne arrestato con l'accusa di
vagabondaggio nei pressi di Krasnophinsk, nella provincia di Perm, in Russia.
La condanna fu di venti colpi di frusta. Poi, l'uomo era stato spedito in
una colonia penale in Siberia. Qui, a Nerchinsk, nei pressi di Tomsk, si era
dato alla vita monastica, guadagnandosi la fama di santone presso il popolo.
Fedor Kuzmich aveva il potere di impressionare con viva forza tutti coloro
con cui veniva in contatto. Era un uomo alto, dalle larghe spalle e dall'aspetto
imponente, capace di indurre in tutti un senso di soggezione e venerazione.
La voce sembrava quella, compita e ferma, di un uomo colto e il suo modo
di esprimersi era forbito e cortese. Tuttavia, in alcune occasioni, si abbandonava
con una certa enfasi all'impazienza e all'imperio, al punto che in quei
momenti i contadini e le persone semplici che lo avvicinavano sentivano la
necessità di cadere in ginocchio al suo cospetto.
In breve Kuzmich stimolò la curiosità di tutti in merito alla sua vita precedente.
Ogni tanto si lasciava scappare di essere stato un soldato che aveva
combattuto nell'armata russa contro Napoleone. Parlava della campagna del
1812 e del trionfante ingresso dei Russi nella città di Parigi, avvenuto il 13
marzo del 1814. La pulizia con cui teneva la piccola cella in cui viveva indicava
una educazione di stampo militare.
Kuzmich possedeva notevoli doti di guaritore e la gente andava a trovarlo
giungendo da ogni angolo della Siberia. Stando al suo biografo, Schilder (autore
di un opuscolo divenuto famoso negli anni Novanta di quel secolo), un
giorno accadde che fra i visitatori ci fossero anche due uomini che avevano
servito presso il palazzo dello zar; erano stati esiliati in Siberia e siccome uno
era caduto ammalato, il compagno aveva pensato di portarlo dal santone nella
speranza di una guarigione miracolosa. Secondo Schilder l'uomo era entrato
nella celletta da solo, lasciandosi fuori la guida, forse un monaco. Quando
aveva guardato l'eremita negli occhi si era sentito come obbligato a genuflettersi,
così come capitava a tanti. Ma il venerabile lo aveva subito fatto alzare
e aveva incominciato a parlargli. Con sua grande sorpresa egli aveva riconosciuto,
senza alcuna esitazione, la voce dello zar Alessandro I. Osservandolo
bene in volto la sensazione era stata confermata: quell'uomo era il
suo antico signore e padrone. La guida che attendeva fuori dalla cella aveva
avvertito un grido. Fedor Kuzmich aveva semplicemente detto: «Riconducetelo
a casa e quando riprenderà i sensi ditegli di non riferire a nessuno ciò che
ha qui veduto. Ditegli anche che il suo caro amico guarirà». La profezia si avverò.
La storia che lo zar Alessandro era stato riconosciuto da un suo servo aveva
fatto il giro di tutta la Russia in un baleno, diventando il principale argomento
di conversazione. Il biografo ufficiale di Alessandro, Maurice Paleologue,
nel suo libro Il mistero dello zar del 1938, racconta di un soldato spedito nella
prigione di Nerchinsk, il quale non appena aveva visto l'eremita aveva immediatamente
esclamato: «Ma questi è il nostro beneamato signore, lo zar
Alessandro Pavlovich!».
Fedor Kuzmich morì nel 1864 all'età di ottantasei anni, la stessa età che
Alessandro avrebbe avuto se fosse ancora stato in vita.
È concepibile che un moderno zar di tutte le Russie, l'uomo che aveva sconfitto
Napoleone, possa essere svanito nel nulla per diventare un eremita? C'era
un esempio importante. A circa trentacinque anni, Ivan il Terribile si era ritirato
dal comando per ritirarsi in un monastero; ma i suoi sudditi lo avevano
invocato e lui era tornato a governare. Ma eravamo nel 1564, in una Russia
ancora medievale, non nell'illuminato e moderno secolo diciottesimo. Per
cercare di riuscire a capire questo mistero dobbiamo necessariamente inoltrarci
nella considerazione di un pezzo di storia sanguinosa e violenta della
grande terra russa.
Il primo grande zar assolutista fu Ivan il Terribile, salito al trono nel 1547,
un maniaco paranoide. Diede il via al suo regno sanguinario facendo sbranare
il capo consigliere dalla muta dei suoi cani da caccia; Ivan all'epoca non aveva
più di dieci anni. Da lì si era avviata una carriera di violenze, rapimenti,
stupri, omicidi e torture; ogni donna piacente di Mosca era da lui intesa come
appartenere al suo harem privato. Il matrimonio sembrò fargli bene, ma
quando la moglie era morta, la sua follia si era spaventosamente acuita dandogli
il destro per commettere alcune fra le più incredibili nefandezze che la
Storia ricordi. Nel corso dell'assedio della città di Novgorod, aveva fatto cingere
la città con una palizzata affinché nessuno potesse sfuggirgli. Quando la
città era caduta e la gente si era arresa uscendo dalle mura, si era trovata intrappolata
dentro il recinto. Il massacro, da lui stesso comandato, protrattosi
per ben cinque giorni, non risparmiò nessuno. I mariti furono costretti ad assistere
alle torture delle mogli e viceversa; le madri videro torturare i loro figlioletti
prima di essere infilzati negli spiedi che li bruciavano a fuoco lento.
Morirono sessantamila persone. Quando aveva preso d'assedio Weden, in Livonia,
centinaia di abitanti preferirono suicidarsi gettandosi dalle mura della
città piuttosto che correre il rischio di cadere prigionieri nelle sue mani. I pochi
rimasti vivi vennero tutti massacrati.
Se Ivan fu senz'altro il più terribile e crudele di tutti gli zar, non fu però l'unico.
Anche alcuni altri che la storia ci dipinge col titolo di “grandi” - come
per esempio Pietro il Grande e Caterina la Grande - erano capaci di ordinare
stragi assurde, esecuzioni in massa e torture. La nipote di Pietro si meritò il
soprannome di “sanguinaria”, mentre Paolo, il figlio di Caterina - nato dal
suo primo grande amore, Saltykov - era così tremendo da far rimpiangere i
metodi di Ivan. (Sin dal 1649 - l'anno in cui re Carlo I di
Inghilterra era stato giustiziato - ai contadini russi non era
concesso abbandonare i terreni cui
dovevano accudire né potevano considerarsene i padroni).
A partire dal 1801 lo zar pazzo Paolo, nella reclusione di un nuovo palazzo
regale tutto circondato da canali, impose alla città di San Pietroburgo il coprifuoco
alle nove di sera, con una reazione da parte della gente simile a
quella che si sarebbe avuta in altre grandi città quali Parigi e Londra. Il 23
marzo l'esercito di suo figlio Alessandro prendeva d'assedio il suo palazzo.
Alessandro pativa grandemente il dispotismo arbitrario di Paolo. Imbevuto
delle idee di libertà e progresso che spiravano dal resto dell'Europa, consigliato
dal primo ministro conte Pahlen, aveva deciso che il genitore pazzo
avrebbe dovuto essere deposto. Qualcuno sostiene che Alessandro si battesse
per aver salva la vita del genitore, ma si sa che più di tanto non fece per riuscire
nell'impresa. Nel buio della notte, un gruppo di cospiratori, penetrato
nel palazzo reale, si era spinto nelle stanze dello zar e dopo averlo costretto a
abdicare lo aveva ucciso, strangolandolo con una sciarpa. Inutile dire che il
popolo russo scese in piazza a festeggiare. Con Alessandro al trono, era finito
un incubo.
E sotto certi aspetti era veramente così. Il giovane, piacente, liberale neo zar
Alessandro amava ogni giorno incontrarsi con un gruppo di saggi con i quali,
davanti a una tazza di caffè, discuteva di come rigenerare una nazione
esausta anche grazie alla restituzione della libertà individuale. La prima decisione
del suo governo fu quella di stipulare la pace con l'Inghilterra, per la
rabbia di Napoleone. Alessandro non aveva dubbi sul fatto che il primo passo
da compiere era quello di abolire la schiavitù, ma la cosa era certamente
più facile a dirsi che a farsi. Al primo ministro, Speranskj, figlio illuminato
del prete di un villaggio, venne assegnato il compito di redigere una bozza di
costituzione per una Russia libera e democratica, anche se lo stesso Alessandro
si rese poco alla volta conto che affrancare dall'oggi al domani un intero
popolo dalla schiavitù non era facile. Poi aveva pensato a una legge che consentisse
ai contadini di diventare padroni della terra che lavoravano, privilegio
che fino a quel momento era concesso soltanto ai nobili latifondisti. Molti
furono gli sforzi per incrementare il numero delle scuole e degli atenei.
Alessandro permise agli studenti più meritevoli di andare a studiare fuori dalla
Russia, incrementò in modo massiccio l'importazione di libri provenienti
dall'estero e diede ordine di chiudere il ministero della terribile polizia segreta.
Il primo passo verso la concessione della libertà venne però congelato dall'ingresso
in guerra della Russia contro la Persia. Motivo della contesa - che
alla fine vinse la Russia - fu l'annessione della Georgia. Ma il problema più
grosso per Alessandro continuava a essere Napoleone, che era stato a lungo
alleato del padre Paolo. Nel 1805 Alessandro si alleò con Inghilterra, Austria
e Svezia, in una coalizione compatta contro l'imperatore francese. Se gli Inglesi
avevano sconfitto Napoleone nella battaglia navale di Trafalgar, Russi e
Austriaci avevano dovuto patire una clamorosa sconfitta ad Austerlitz. Poi
era seguita una lunga serie di trattati e armistizi, fino a che, a seguito del trattato
di Tilsit del 1807, Alessandro si era addirittura ritrovato
alleato del grande corso. Contro Turchia e Svezia, Alessandro
aveva riportato alcune vittorie,
conquistando la Bessarabia e la Finlandia. L'ispirato, moderno e liberale zar
di tutte le Russie era diventato uno stratega vincente.
A partire dal 1812 era evidente che Napoleone e Alessandro si odiavano così
cordialmente che continuare a essere alleati era chiedere troppo. In giugno
la grande armata francese, incrementata con italiani, polacchi, svedesi, olandesi
e tedeschi, invadeva la grande Russia. Per Alessandro sembrava fosse
ormai arrivata l'ultima ora. Il primo ministro Smolensk cadde, i Russi vennero
sconfitti a Borodino, a metà settembre i Francesi entravano a Mosca. Il
giorno dopo la città veniva divorata dalle fiamme di incendi appiccati appositamente.
Alessandro ritirava il suo esercito, rifiutando qualsiasi colloquio.
Neppure un mese dopo Napoleone dava inizio a una disastrosa ritirata. Accerchiate
dall'esercito russo che ne accompagnava i movimenti, ma soprattutto
scompaginate dal terribile inverno russo, le armate francesi vennero decimate.
Alla fine Napoleone era riuscito a raggiungere Parigi, ma dietro si era
lasciato una scia di oltre un milione di morti. I Prussiani, ritiratisi dall'alleanza,
abbandonarono la Francia al suo destino e sebbene Napoleone, in un
ultimo sussulto, riuscisse ancora a organizzare un forte esercito cogliendo
qualche vittoria importante, la sua fine era ormai segnata. Nel marzo del
1814 Parigi cadeva sotto gli alleati, in aprile Napoleone era costretto ad abdicare
e veniva esiliato all'Elba.
Dunque Alessandro aveva fortemente contribuito a sconfiggere il “demone
corso”. La sua popolarità era all'apice, la gente lo adorava. Se le cose fossero
proseguite secondo i progetti che conservava nel cuore, avrebbe completato le
sue riforme, diventando il monarca più beneamato d'Europa. Sfortunatamente
però i dieci lunghi anni di guerra avevano fatto di lui un uomo pratico, cinico
e concreto, che aveva ormai messo nel cassetto i folli sogni libertari della
giovinezza. Sotto l'influsso di un lestofante visionario di nome Julie de
Krüdener, Alessandro prese a cullare l'idea della Santa Alleanza, un'unione
all'interno della quale tutti i grandi maggiorenti d'Europa sarebbero stati compatti
e uniti nel segno della fede e della giustizia cristiana. Una grandiosa, utopica
idea che lo statista inglese Castlereagh ebbe a definire «misticismo sublime
e sognatore». Tutto questo rientrava però appieno nella mentalità e nell'indole
di Alessandro. Insomma, anche chi credeva di conoscerlo bene cominciava
a doversi ricredere. Era diventato un uomo combattuto e diviso e il
turbamento derivato dal rimorso di aver eliminato il padre Paolo stava affiorando
alla sua coscienza tormentata con sempre maggiore insistenza. Alessandro
possedeva un carisma e un fascino eccezionali ed era un uomo molto sensibile.
Ad ogni buon conto, pur in tutta questa confusione di ideali e atteggiamenti,
Alessandro, seppure in modo contrastato, continuava a cullare ideali libertari
conferendo la costituzione alla Polonia ed emancipando i servi delle
province baltiche. Nella sua Russia, però, badò bene a mantenere inalterato lo
status quo. Iniziò a dare un vigoroso giro di vite alle istituzioni sistemando
educatori reazionari in tutte le più accreditate università. Venne introdotta la
censura e i docenti dalle idee più liberali vennero tutti messi da parte.
Uno dei crucci più grandi per Alessandro era rappresentato dall'esercito.
Stranamente era convinto della assoluta necessità di dover disporre di un'armata
colossale. I costi erano enormi. Decise che la soluzione sarebbe stata
quella di fondare delle colonie militari. Da quel momento in avanti sarebbero
state le istituzioni locali a provvedere al mantenimento dei soldati, che in
tempo di pace sarebbero rimasti a presidiare le varie postazioni nelle vesti di
comuni abitanti, dediti ad altre attività. Queste unità speciali erano una combinazione
di baraccamenti, fattorie collettive e campi di concentramento di
armati. Furono una continua spina nel fianco per il regno di Alessandro.
Su un fronte completamente opposto, Alessandro incoraggiò come non mai
il fiorire della letteratura, diventando il mecenate personale - ma anche per
questo un po' il suo tirannico carceriere - del grande poeta e scrittore romantico
Alexander Puskin. (Uno dei motivi di questa dorata schiavitù fu la mai celata
intenzione di Alessandro di portarsi a letto la giovane e bella moglie del
poeta: anche Alessandro, secondo la consolidata tradizione di ogni zar che si
rispettasse, non perdeva un colpo per arricchire il suo palmarès di seduttore).
Sotto Alessandro la letteratura russa si sviluppò a tal punto e con una intensità
tale da imporsi come una delle più straordinarie del mondo intero.
Fu dunque in questa esplosiva miscela composta di un elevato senso di libertà
ma anche di profondo autoritarismo, che maturarono i germi della rivoluzione
di dicembre, scoppiata solo tre settimane dopo la sua morte. (Questa
cospirazione venne facilmente repressa e tutti i caporioni messi a morte). Nel
1816 alcuni giovani ufficiali, imbevuti delle nuove idee libertarie che stavano
ormai percorrendo l'intera Europa, si riunirono in una congrega detta dei
Fedeli Figli della Patria. Per loro immaginare che la Russia potesse fare passi
indietro nel riconoscimento dei diritti umani era ormai divenuta cosa impensabile
e proprio da loro si incominciò a parlare di rivoluzione. Nel 1820
l'ammutinamento di una guarnigione contro un comandante poco gradito costrinse
Alessandro a intervenire personalmente, obbligando gli ufficiali a
prendere servizio in altre postazioni lontane. Questo e altri fatti simili fecero
capire allo zar che l'esercito stava schierandosi contro di lui, eppure il suo atteggiamento
continuò a rimanere indifferente. Giunto a quarantacinque anni,
Alessandro cominciò ad avvertire l'ironico paradosso della situazione: uno
zar liberale che aveva sconfitto Napoleone, stava diventando il simbolo dell'oppressione
per quegli stessi uomini, quegli ufficiali che solo qualche anno
prima l'avevano osannato come la più fulgida speranza della Russia. Per
molti anni il suo matrimonio con la bellissima imperatrice Elisabetta era stato
soltanto un'unione di forma. Non aveva avuto figli. Per la delusione Alessandro
era passato da un letto all'altro. La vita gli sembrava penosamente
vuota. Quando lo informarono della straordinaria prolificazione delle sette
segrete aveva sentenziato: «Riconosco che io stesso ho condiviso e incoraggiato
questi errori e questi sbagli... Non mi sento di punire nessuno». Un uomo
meno sensibile e soprattutto più determinato non avrebbe avuto esitazione
a far arrestare e processare i cospiratori. Alessandro non aveva il fegato di
farlo né aveva intenzione di provocare un bagno di sangue. Incominciò a
pensare all'abdicazione, a cullare il sogno di diventare un privato cittadino in
Svizzera o un botanico del Reno.
Quando venne informato che il figlio dell'amante polacca Marie Naryshkin
era morto, Alessandro era scoppiato senza ritegno a piangere in presenza dei
suoi alti ufficiali. Dopo qualche giorno aveva dato il via a un viaggio febbrile
lungo tutta la Russia e in soli quattro mesi aveva coperto più di tremila chilometri,
una prestazione che oggi non ci scompone più di tanto, ma che in
un'epoca di strade inesistenti e dissestate e di pesanti carriaggi, suona addirittura
eccezionale. Rientrato nel novembre del 1824 a San Pietroburgo, Alessandro
aveva fatto in tempo ad assistere personalmente a una grave calamità:
l'esondazione del fiume Neva, che aveva praticamente allagato l'intera città.
Quando, visitando i luoghi disastrati, aveva sentito un pover'uomo gridare,
rivolto verso il cielo: «Questo è il castigo per tutti i nostri peccati» Alessandro
gli aveva risposto: «No, è la punizione dei miei peccati».
Ormai focolai di rivoluzione stavano esplodendo un po' ovunque. Puskin
disse: «La nostra santa Russia sta diventando un luogo inospitale, inabitabile».
Poi, quasi contemporaneamente, era morto il primo aiutante di campo
dello zar e l'imperatrice si era gravemente ammalata. Alessandro si era sentito
portar via un po' della sua vita. Così quando Elisabetta aveva deciso di
andare a trascorrere un periodo di convalescenza a Taganrog, sulle rive del
mar d'Azov, aveva annunciato che l'avrebbe accompagnata. La scelta della
località aveva lasciato tutti quanti dubbiosi, dal momento che non era affatto
rinomata come salubre. Infatti non soltanto c'era un solo piccolo centro che
era una cittadella fortificata, ma i dintorni erano paludosi e selvatici. Perché
non andare in Italia?
Prima che l'imperatrice lasciasse la capitale, Alessandro aveva trascorso
qualche momento in eremitaggio rinchiuso in un monastero, poi si era recato
da un santo eremita venerato da tutti. Alla fine di una lunga conversazione,
Alessandro aveva detto: «Ho avuto modo di sentire molte prediche, ma confesso
che nessuna mi ha toccato il cuore come la vostra. Sono dispiaciuto di
non avervi conosciuto prima».
Poi era arrivato a Taganrog dove la moglie - che non poteva muoversi celermente
a causa della malattia - era arrivata una decina di giorni dopo. Per
alcuni mesi la coppia aveva vissuto in serena felicità, tanto che si poteva dire
che fra i due coniugi fosse tornato l'affetto di un tempo. Poi Alessandro era
stato di nuovo vinto dalla sua smania di muoversi e si era messo in viaggio
con destinazione Crimea. Quando il 16 novembre era rientrato a Taganrog
era febbricitante.
Stando ai libri di Storia, Alessandro moriva proprio in questo luogo il 1° dicembre
del 1825. Alla morte gli erano vicini almeno quattro testimoni: la moglie,
l'attendente, principe Volkonskj, il medico personale, l'inglese Sir James
Wylie e quello di corte, il russo Tarassov. Perché dunque non crederci?
Tanto per incominciare perché i diari e le lettere dei testimoni si contraddicono
fra loro. Per esempio, alla stessa data mentre uno parla di un grave peggioramento,
l'altro segnala una ripresa e parla di un paziente più allegro e
sorridente. Una cosa certa è che Alessandro rifiutò di assumere qualsiasi medicina.
Il giorno cruciale sembra essere stato il 23 novembre. Nella mattinata, dopo
una notte trascorsa serenamente, Alessandro aveva fatto chiamare la moglie
con la quale si era intrattenuto in una conversazione fiume, protrattasi per più
di sei ore. Evidentemente, avevano discusso cose di grande rilevanza. Elisabetta
aveva scritto alla madre: «Quando credi di aver sistemato le cose nel
migliore dei modi, puoi star sicura che succede sempre qualcosa che ti impedisce
di goderti la felicità che ti circonda». Come faceva a parlare di felicità,
quando il marito era gravemente ammalato? La cosa suona piuttosto come se
non solo l'imperatrice abbia motivate speranze per una pronta guarigione, ma
si proietti nella riconciliazione che le avrebbe nuovamente consegnato il recupero
di un'intimità coniugale da tempo smarrita. Che era dunque successo,
quale nuovo ostacolo si era interposto fra loro e il miraggio di una rinnovata
serenità di coppia? Non avrebbe potuto Alessandro averla messa al corrente
del suo piano di cogliere quella malattia come l'occasione per mettere in atto
il suo piano di sparizione?
Oltre tutto, scritta questa lettera, nel diario c'è un grosso vuoto di notizie.
Paleologue sostiene che in realtà le informazioni c'erano ma furono distrutte
dallo zar Nicola I - il fratello più giovane di Alessandro - una volta salito al
trono. La cosa è più che plausibile, dal momento che Nicola è noto per aver
distrutto molta della documentazione appartenente al fratello maggiore, fra
cui anche il diario di Elisabetta. Ma se si tiene per buona l'ipotesi che fra i
due coniugi fosse scattato il piano sparizione, questa sarebbe senz'altro la
spiegazione migliore: che senso avrebbe avuto proseguire a scrivere un diario
degli ultimi giorni se il marito non correva alcun reale pericolo di morte?
I rapporti medici attestano che i fianchi e la schiena del sovrano morto erano
molto arrossati, un particolare che avrebbe potuto attagliarsi a un contadino
che non poteva curarsi la pelle o a uno che era stato punito di recente, ma
non certo a uno zar.
Ma dove recuperare il corpo sostitutivo? La risposta è semplice, se solo si
ricorda che Taganrog era una guarnigione piena di soldati.
Maurice Paleologue (che fu anche ambasciatore francese alla
corte dell'ultimo degli zar, Nicola
II) riferisce di prove (da lui definite però non troppo evidenti, perché
questo genere di cose veniva tenuto segreto) attestanti che il capo medico
dell'ospedale militare, il dottor Alexandrovich, poteva disporre di un cadavere
di un soldato appena morto, della stessa altezza e corporatura dello zar. Se
dunque il corpo era quello di un soldato - probabilmente un tartaro - si capisce
bene come mai la pelle della schiena era rossastra: ai militari venivano
sovente inflitte punizioni corporali.
Molto stranamente, il dottor Tarassov dichiarò di non aver mai sottoscritto
l'autopsia. Davvero singolare, dal momento che il rapporto medico dei fatti
portava proprio la sua firma. Perché Tarassov pensava di non aver firmato?
Forse perché non si era mostrato d'accordo nell'apporre la sua autentica su
un documento chiaramente falso? D'altra parte, un rapporto medico privo di
firma in originale del sanitario che l'aveva redatto era un documento che giustificava
ogni supposizione e sospetto, nel momento in cui fosse saltata fuori
l'ipotesi della finta morte di Alessandro. Probabilmente, la sua firma venne
falsificata.
È noto, d'altra parte, che quando la salma di Alessandro era stata esposta in
pubblico - come era costume del tempo - nella chiesetta di Taganrog, tutti
coloro che lo osservavano in viso non potevano fare a meno di esclamare:
«Ma è questo il nostro zar? Come è cambiato!».
Un altro episodio per lo meno curioso accadde quando nel marzo successivo,
la bara dello zar era in viaggio verso San Pietroburgo, o meglio, verso il
palazzo estivo di Tsarskoe Selo. (C'è da rammentare che nel gelido inverno
russo la salma del sovrano si era conservata alla perfezione, come fosse rimasta
in un frigorifero). Dunque, quando la bara era arrivata a Babino, a cinquanta
miglia dalla destinazione finale, la regina madre l'imperatrice Maria
Fedorovna era andata, sola, a fargli visita. Aveva dato ordine di scoperchiare
il feretro, aveva a lungo osservato il cadavere e quindi se n'era andata senza
dire una parola. Suona strano che la anziana donna si sia sobbarcata uno scomodo
viaggio fino a Babino, quando da lì a breve avrebbe potuto fare quelle
stesse cose a San Pietroburgo. Giova, tra l'altro, ricordare che solo di recente
aveva ricevuto una “gravissima confidenza” da parte della principessa
Volkonskj, la moglie dell'attendente di Alessandro. Se si trattava della notizia
che il corpo non era quello dello zar, la strana, inattesa visita troverebbe
giustificazione. Se ipotizziamo che nella lettera del 23 novembre la regina
madre aveva ricevuto solo la notizia del desiderio di Alessandro di abdicare
e che poi subito dopo le era stata comunicata l'inattesa morte del figlio, ebbene,
diventa logico immaginare con quale ansia la donna desiderasse conoscere
di persona e una volta per tutte la verità, verificando se il figlio era morto
per davvero. Ricordiamo che a vedere la salma era giunta da sola e aveva
desiderato che nessuno l'accompagnasse.
Alessandro venne dunque portato nella dimora estiva di Tsarskoe Selo, anche
se la logica e la tradizione suggerivano che avrebbe dovuto essere trasferito
a San Pietroburgo, per consentire al suo popolo di vederlo per un'ultima
volta. Invece, guarda caso, solo ai membri della famiglia reale era stato consentito
di sfilare nella cappella davanti alla bara aperta. Si racconta che mentre
la regina madre passava abbia detto: «Sì, certo, è proprio il mio caro figlio
Alessandro», mentre si chinava a baciargli la fronte. Il feretro era infine stato
trasferito nella fortezza di Pietro e Paolo e collocato nella tomba.
Quarant'anni dopo, il nuovo zar Alessandro II era venuto a conoscenza di alcune
voci secondo le quali un certo eremita di nome Fedor Kuzmich, morto
appena da un anno, era da molti ritenuto il suo predecessore Alessandro I. Per
togliersi ogni dubbio, aveva dato ordine di aprire la tomba. L'operazione era
stata condotta di notte, sotto la direzione del ciambellano di
corte, conte Adlersberg. Il feretro si rivelò vuoto. La tomba
venne richiusa senza più sistemarvi
la bara. Paleologue ricorda come sotto Alessandro III il sacello era stato
aperto altre volte, mentre la bara era andata persa. In piena contraddizione
con questa testimonianza, lo storico R. D. Charques osserva, in una nota a piè
di pagina del suo libro Breve storia della Russia (1956) che il feretro venne
scoperchiato un'altra volta dai bolscevichi nel 1920 e di nuovo si era rivelato
vuoto.
Ma nell'introduzione alla traduzione del libro di Tolstoj Morte di Ivan Ilic
(che contiene, fra l'altro, proprio la storia di Fedor Kuzmich) il traduttore,
Aylmer Maude, afferma che nel 1927 il governo sovietico aveva nuovamente
predisposto l'apertura della tomba e nella bara di Alessandro si era trovata
soltanto una sbarra di piombo. La cosa suona abbastanza credibile. In pratica
conferma la bontà della testimonianza di Paleologue, e quando Charques parla
di bara, quasi di certo si confonde con sepolcro. Infatti, non sarebbe stato
astuto collocare nel sepolcro una bara completamente vuota, il cui peso alleggerito
avrebbe di certo messo in sospetto i becchini. La cosa migliore era
quella di metterci dentro qualcosa di pesante, come per esempio una barra di
piombo. Quando la bara era stata trovata vuota la prima volta
dal conte Adlersberg, è probabile che la sbarra, pur vista,
fosse rimasta al suo posto.
Tolstoj era affascinato dalla storia di Fedor Kuzmich e, come si è già detto,
aveva tratteggiato una trama, incompiuta al momento della morte. Nella sua
fantasia, la storia di Kuzmich si immagina essere il diario di Alessandro I. Il
protagonista si definisce “il peggiore fra i criminali” l'assassino di migliaia di
poveri innocenti, fra cui il padre. A Taganrog aveva ricevuto una lettera del
suo primo ministro in cui gli veniva annunciato l'omicidio della voluttuosa
amante di Aracheyev e quella notizia lo aveva fatto precipitare nella più buia
delle depressioni. La mattina presto era uscito per una passeggiata, quando
per le vie della città aveva sentito il suono di trombe e tamburi. Si trattava di
un soldato che veniva messo alla gogna, prassi che consisteva nel farlo passare
completamente nudo fra due file contrapposte di commilitoni che lo colpivano
con forza con delle verghe. A quel pensiero gli era venuta in mente la
misera fine di un soldato, che era stato così profondamente umiliato, che si
era ucciso con la fidanzata ed era stato investito da una sensazione opprimente
di tristezza. Avvicinatosi al posto dell'esecuzione si era accorto con
grande sorpresa di come quell'uomo gli assomigliasse. Si
chiamava Strumenski e non per nulla i suoi compagni erano
soliti soprannominarlo Alessandro
II. Aveva fatto parte del vecchio reggimento dello zar e ora stava per
essere punito a causa di un tentativo di diserzione. Due giorni dopo lo zar
aveva indagato e scoperto che il poveraccio era morto a seguito delle percosse.
Poi il suo segretario lo aveva messo al corrente del crescente numero di
cospirazioni e in lui era sorto all'improvviso il desiderio, forte e imperioso,
di abdicare. Come folgorato da una intuizione, si era reso conto che la morte
del povero Strumenski cadeva a fagiolo per offrirgli l'occasione che stava
aspettando. Quando la mattina successiva, dopo essersi gravemente tagliato
mentre si radeva, Alessandro era svenuto e si era fortemente spaventato, aveva
preso la decisione di mettere in atto l'arduo piano della sparizione.
Mentre Tolstoj immagina che Alessandro prenda la decisione su due piedi,
come folgorato, Paleologue è invece propenso a credere che la cosa fosse il
frutto conclusivo di un progetto configurato da tempo.
Tuttavia, abbastanza singolarmente, Paleologue non crede che Kuzmich sia
Alessandro; preferisce raccontare una storia diversa secondo la quale lo zar
era stato portato via dalla Russia da un gentiluomo inglese che l'aveva ospitato
sul suo yacht ed era poi morto in Palestina. Cosa che, tutto sommato,
sembra avere maggiore logica che non immaginarlo ramingo per la terra di
Russia, con l'evidente pericolo che chiunque in qualsiasi luogo lo potesse riconoscere.
Molti storici, fra cui Charques non danno credito alla possibilità che Alessandro
sia sopravvissuto alla sua “morte” a Taganrog. Nel libro The Court of
Russia in thè Nineteenth Century (1908) E. A. Brayley Hodgetts cita il referto
di Sir James Wylie, il medico inglese personale del sovrano, in cui si dichiara
che la morte era sopravvenuta a causa di una «febbre biliosa ricorrente».
Ma se Alessandro era sparito, non c'è dubbio che il suo fidato medico
doveva essere al corrente del piano. I dubbi a proposito della teoria della sparizione
sembrano essere bilanciati dalla bara vuota e dalle numerose incongruenze
delle testimonianze relative alla malattia e ai presunti ultimi giorni
dello zar. Oggi, dopo tanto tempo, sembra impossibile che qualcuno possa
ancora farcela a dimostrare se Alessandro abbia oppure no congiurato per
rendere fittizia la sua dipartita. Tuttavia scartare questa ipotesi accusandola
soltanto di essere qualcosa di improbabile costituisce un atteggiamento superficiale,
soprattutto se si tiene conto che molti degli atti che avrebbero potuto
rappresentare una testimonianza preziosa sono praticamente spariti o fatti
deliberatamente sparire: particolare che, al contrario, ne segnalerebbe la
veridicità.
 
CAPITOLO 20.
VORTICI.

Ponte fra il naturale e il soprannaturale.
1839: un emerito professore dalla ben curata barba grigia legge davanti ai
membri della Royal Society di Edimburgo un articolo intitolato Saggio sulla
figura della Terra. Le teorie matematiche discusse rivelano una grande
genialità, al punto che l'autore viene premiato con la medaglia d'oro dell'Università.
Il professore che ha letto il saggio non è l'autore, ma solo il
portavoce di William Thomson, un ragazzo di quindici anni. Il professore
gli ha impedito di presentarsi a leggere il suo lavoro non per scorrettezza
nei suoi confronti, ma per evitare imbarazzo negli uditori, tutti scienziati carichi
di anni. Col tempo, Thomson era destinato a diventare uno dei più prestigiosi
geni del nostro tempo, scopritore della seconda legge della termodinamica
(quella che riconosce l'entropia dell'universo), dello “zero assoluto”
e del galvanometro a spira. Sempre a un suo progetto dobbiamo la stesura
del primo cavo attraverso l'Atlantico e il collegamento via cavo dell'Inghilterra
al resto del mondo. A sessantotto anni gli venne riconosciuto il
titolo di Lord Kelvin, e la scala della temperatura assoluta è stata chiamata
con questo nome.
Tuttavia, malgrado queste straordinarie scoperte, se qualcuno avesse chiesto
a Kelvin quale conquista considerasse la più importante fra le tante fatte,
avrebbe risposto: la teoria a vortice dell'atomo, oggi praticamente dimenticata
da tutti. E, a essere sinceri, la quasi totalità dei suoi colleghi si sarebbe detta
d'accordo. Nel 1875 la prestigiosa Encyclopaedia Britannica dedicò addirittura
due pagine intere a questa teoria, da lui elaborata e esposta con un altro
altrettanto grande scienziato, James Clerk Maxwell. L'idea era
venuta a Kelvin nel 1867, con un'improvvisa ispirazione, e
solo qualche settimana dopo
aveva inviato una nota alla Royal Society di Edimburgo, quello stesso consesso
di studiosi che già aveva avuto modo di conoscerlo ventotto anni prima.
Come detto, Kelvin era stato un ragazzo prodigio. Figlio di James Thomson,
professore di matematica a Belfast, aveva incominciato a provare interesse
verso la scienza all'età di otto anni, quando non si perdeva una sola lezione
del padre, iscrivendosi all'Università di Glasgow (che il padre aveva appena
lasciato) alla tenerissima età di soli undici anni. Un viaggio in giro per l'Europa
compiuto all'età di sedici anni gli aveva fatto conoscere i libri di Fourier
e la sua teoria matematica sul calore. Da quel momento, come stregato,
aveva deciso che si sarebbe dedicato agli studi fisici o, come era in uso dire
in quegli anni, sarebbe diventato un “filosofo naturale”.
Sembra che la geniale idea che lo colse nel 1867 gli sia venuta osservando
soprappensiero alcuni anelli di fumo. Un modo molto semplice per crearne
consiste nell'introdurre del fumo all'interno di una scatola munita su un lato
di un foro rotondo. Battendo un colpo sul lato opposto, il fumo, spinto attraverso
il foro, esce dalla scatola sotto forma di anello. La cosa divertente è che
se provate a intercettare questo anello esso non si disgrega come una bolla di
sapone come ci si aspetterebbe. In modo inatteso rimbalza contro la vostra
mano come una pallina di gomma. Se fate scontrare due di questi anelli di fumo
fra loro, non si frantumano ma incominciano a vibrare come due tori ostinati
che si contrappongono, per poi schizzare via lontano l'uno dall'altro. Per
farla breve, questi singolari anelli di fumo si comportano come se fossero degli
oggetti solidi.
Nel 1803 un chimico inglese di nome John Dalton, suggerì che nella sua
composizione ultima la materia è composta da minuscole sfere indivisibili
dette “atomi”. Un'idea non originale, ereditata e mediata dal filosofo greco
Demostene che Dalton aveva ripreso con vigore e consistenza. In breve fisica
e chimica erano andate incontro a notevoli sconvolgimenti, come per
esempio la scoperta che gli atomi erano capaci di unirsi per dare forma alle
molecole, così che due atomi di idrogeno combinandosi con uno di ossigeno
davano origine all'acqua.
La qual cosa suscitava non pochi problemi. Per esempio, perché gli atomi di
idrogeno e ossigeno sono differenti fra loro? Verrebbe da pensare, infatti, che
essendo l'universo nato da una congerie di particelle primordiali esse avrebbero
dovuto risultare tutte eguali.
Per ovviare a questo problema, Kelvin ipotizzò che la diversità venisse determinata
da “vortici” di energia che presentano caratteristiche
mutevoli, in dimensione, velocità e via dicendo. Nel giro di
dieci anni la gran parte dei fisici
aveva accettato l'ipotesi dei vortici, perché, dopo tutto, pareva sensata.
Nel 1882 un brillante ventiseienne scienziato oxfordiano, J.
J. Thomson (nessun grado di parentela con William) vinse un
premio per uno studio sulla dinamica
dei vortici ad anello. Quindici anni dopo, la sua scoperta dell'elettrone
rese di colpo obsoleta la teoria dei vortici di Kelvin. Era la nascita della
nuova fisica, fortemente osteggiata dallo stesso Kelvin, contrario al principio
della disintegrazione delle particelle radioattive e degli atomi.
Dalla scoperta dell'elettrone si era approdati a quella dei quanti, poi alla
teoria della relatività, fino alle particelle sub atomiche come i quark, ipotesi
per le quali la teoria dei vortici era del tutto secondaria, per non dire ininfluente.
Nel 1968 un ventenne studente di scienze della stessa università cui era appartenuto
Kelvin, decise di far visita al suo professore di zoologia, il dottor
G. Owen. Il giovane si chiamava David Ash e aveva intenzione di trasferire
la sua iscrizione da fisica e scienze naturali a medicina. Si aspettava una
qualche reazione alla sua richiesta, ma era rimasto stranito quando il professore
lo aveva fatto accomodare su una sedia e, misurando la stanza a grandi
passi, si era lanciato in una accesa diatriba a proposito dell'influenza nefanda
che i vecchi sanno esercitare sulle giovani menti. Da qualche tempo a
quella parte, ormai, l'unica cosa che, purtroppo, sembrava interessare a tutti
era riuscire a prendere una laurea e trovare al più presto un buon impiego. Il
gusto di imparare per il piacere di farlo era scomparso.
Dopo quella lunga tirata, Ash aveva lasciato lo studio di Owen acceso dal
sacro fuoco di una subitanea determinazione. Avrebbe smesso di pensare solo alla carriera e al guadagno e si sarebbe dedicato solo al vero apprendimento,
vale a dire a inventare teorie e esplorare idee sempre nuove per il piacere
di farlo. Per sua fortuna, il padre, il dottor Michael Ash, sostenitore di alcune
ipotesi non ortodosse nel campo della medicina, aveva condiviso la sua scelta
e non aveva mosso obiezioni. Dopo un breve periodo dedicato all'insegnamento,
Ash era diventato consulente nel campo della alimentazione e della
medicina alternative, trovando lo stesso un po' di tempo da dedicare a una
sua originale teoria sulla natura della materia, da lui battezzata “spin primordiale”
o vortice. L'idea gli era balenata leggendo un libro di testo di fisica
edito in America nel 1904, in cui già si preannunciava come superata l'ipotesi
di Kelvin. Gradualmente, Ash, unite le forze di studio con un giovane collega
appena laureato, Peter Hewitt, era approdato a una formalizzazione più
completa presentata nel libro Science ofthe Gods, un'opera che a dispetto del
titolo così accattivante è un serissimo tentativo di dare corpo a una teoria sulla
natura della materia in grado di trascendere le forti limitazioni della scienza
contemporanea.
Una fra le più irritanti dovrebbe essere ben ovvia al lettore di queste pagine:
la scienza, malgrado tutta la sua prosopopea, non sembra essere capace di affrontare
e risolvere i misteri fondamentali dell'esistenza umana. Voi ed io
non abbiamo la più pallida idea di dove eravamo cento anni fa e di dove saremo
fra un secolo. Non è una battuta, ma una domanda seria, forse la più importante
che si possa immaginare; eppure il mondo scientifico la vede come
un finto interrogativo. Né la scienza sa confrontarsi con enigmi come la precognizione
(sguardi nel futuro), la seconda vista (sguardi su cose che stanno
accadendo altrove contemporaneamente) o le esperienze fuori dal corpo.
Fosse disposta ad ammettere, con umiltà, che si tratta di questioni per il momento
al di là della sua portata, non ci sarebbe problema. Ciò che irrita, invece,
è la sua pervicacia nel sostenere che simili eventi non esistono, segno
evidente della faciloneria dell'essere umano e della sua propensione a farsi
ingannare.
Sul finire degli anni Settanta dell'Ottocento, un gruppo di accreditati scienziati
e filosofi inglesi decise di dare vita a una società di indagine che studiasse
i fantasmi e la vita dopo la morte. Nel 1882 questa aveva già guadagnato una
chiara fama, sotto il nome di Società per la ricerca psichica. Molti membri -
per esempio scienziati come JJ. Thomson o letterati come Tennyson e Mark
Twain, politici come Gladstone - pur dichiarandosi scettici non esitavano a riconoscere
che c'era qualcosa sotto che valeva la pena di studiare. Lewis
Carroll ebbe a scrivere: «La spiegazione che si appella
all'inganno e alla frode non
riesce a dare ragione dell'intera gamma dei fenomeni... Ne sono arciconvinto».
Secondo lui, gli spiriti potevano forse spiegarsi alla stregua di un fenomeno naturale,
una forza «molto simile all'elettricità». Già attorno al 1890, dunque, la
Società poteva vantare studi importanti e approfonditi in cui si riconosceva -
d'accordo con Carroll - che fenomeni come fantasmi, esperienze fuori dal corpo
e telepatia non potevano essere tutti spiegati immaginando trucchi. A questo
punto tutto si era fermato e tutte le loro speranze di trasformare lo studio del paranormale
in una scienza accreditata erano svanite come fantasmi al canto mattutino
del gallo. Oggi, a più di un secolo, la situazione non è affatto mutata.
Quando scende in campo la scienza, i fenomeni parapsicologici non esistono o,
bene che vada, sono soltanto delle fanfaronate ingannevoli.
È su questo scollamento che scienziati aperti come David Ash e Peter Hewitt
si interrogano, chiedendosi se, grazie a un modo nuovo di fare scienza, non
sia possibile individuare un punto di contatto, una base comune fra lo studio
scientifico e quello del paranormale.
Nel terzo capitolo del loro bel libro, sollevano la questione della «chiave
d'accesso al soprannaturale». L'energia - sostengono - è la realtà prima. Ma
è per davvero solo questa l'unica realtà del nostro universo? Se materia e luce
non sono che due diverse forme di energia (come Einstein ha dimostrato),
non potrebbero esisterne altre, per esempio immateriali? Va da sé che per tutti
coloro che credono nel paranormale la risposta è affermativa. Le entità, le
forze che stanno dietro al fenomeno del poltergeist hanno dimostrato la capacità
di far passare oggetti solidi attraverso muri e pareti (nello stesso modo
come capita che la tela di un quadro si sfili da sola dalla cornice senza che si
spezzi il vetro o la fodera retrostante). Dal momento che né la materia né la
luce possono andare oltre un muro solido, evidentemente esiste un'altra forma
di energia.
Se, come presupponeva Kelvin, la materia è fatta di vortici, viene spontaneo
chiedersi, ma questi vortici di che cosa sono fatti? Secondo Ash tutto ruota su
un equivoco. Rima di Einstein, gli scienziati credevano che la luce fosse una
vibrazione dell'etere, una sorta di fluido misterioso che pervadeva l'intero
universo. Ma un giorno due fisici, Michelson e Morley, dimostrarono che l'etere
non esiste; dunque la luce sembra essere “puro movimento” non qualcosa
che si muove all'interno di qualcos'altro. Un esempio semplice ci aiuterà
a meglio comprendere. Immaginiamo di lanciare un libro attraverso una stanza:
per quanto mi riguarda si tratta di un'azione che compio sovente quando
nel mio studio getto i libri sul divano dove restano per qualche tempo in attesa
di essere trasferiti negli scaffali. Mentre il libro è in movimento non si
altera, resta sempre lo stesso. Se un invisibile scienziato marziano vi fosse seduto
sopra non sarebbe in grado di avvertire alcun cambiamento e ciò non significherebbe
che il moto del libro non sia reale. Dovremmo guardare al movimento
come a una specie di qualità aggiuntiva. Proviamo, adesso, a immaginare
tale qualità aggiuntiva da sola, di per se stessa. Ovviamente è impossibile,
ma questo, di nuovo, non è prova della sua non esistenza. Quando, alzati
gli occhi al cielo, in una notte limpida osservate il firmamento, non vi
passa per la mente che si stia movendo in ogni direzione; ma se solo vi fermate
un attimo, sapete che lo fa, spingendosi addirittura oltre al limite dell'universo
stesso. Ash osserva che come l'energia è più importante della materia,
così il “movimento puro” lo è nei confronti dell'energia.
E dunque, perché mai l'energia dovrebbe essere limitata dalla velocità della
luce? Ash annota: «Se il moto potesse avere una velocità maggiore, darebbe
origine a chissà quale altro differente tipo di energia». A questa ignota energia,
Ash dà il nome di super energia. (È conquista recentissima la scoperta da parte
dei fisici di una particella detta tachione che sembrerebbe muoversi a una
velocità ancora maggiore di quella della luce).
Sentiamo ancora Ash: «Oggetti composti da super energia avrebbero le stesse
forme di quelli che ci sono noti nel mondo ordinario; ma la loro sostanza
sarebbe completamente differente». In altre parole, condividerebbero la nostra
quotidiana realtà senza che noi ce ne accorgessimo. Tutto questo, secondo
Ash, è la vera natura dei fenomeni che oggi ci sembrano misteri, come il
poltergeist, i fantasmi, i miracoli (come, per esempio, quelli realizzati dal guru
hindu Sai Baba, capace di materializzare dall'aria oggetti concreti), precognizioni
e gli altri fenomeni cosiddetti paranormali.
A questo punto, il solito scettico incallito potrebbe chiedere: ma tutto questo
bel ragionamento di Ash ci aiuta in qualche modo a comprendere il paranormale?
Secondo me, in un dato senso, certamente. La maggior parte delle
teorie scientifiche si avviano come tentativo di spiegare qualche fenomeno
incomprensibile. Come il lampo o il tuono. La teoria della super energia può
contribuire a spiegare i fenomeni parapsichici.
Partiamo da un fenomeno relativamente semplice: la rabdomanzia. Sappiamo
tutti di che si tratta: un sensitivo, in questo caso meglio definito come un
rabdomante, semplicemente stringendo fra le mani una bacchetta biforcuta
riesce a individuare dell'acqua sotterranea. Un fenomeno che può essere
spiegato in termini puramente elettrici. L'acqua che scorre genera un campo
elettrico, che l'uomo - ma anche gli animali - sembrano essere capaci di avvertire,
come una delle qualità a corredo dell'istinto di sopravvivenza.
Un prelato di Cambridge, T.C. Lethbridge, appassionato anche di archeologia,
era solito ricorrere alla sua spiccata sensibilità di rabdomante per rintracciare
oggetti sepolti. Scoprì anche che un pendolo - una piccola massa
appesa a un filo sottile - si comportava allo stesso modo della bacchetta rabdomantica,
segnalando con dei giri e degli ondeggiamenti i luoghi dove stavano
nascoste le cose o le materie ricercate. Ma c'era ancora dell'altro, per
quanto possa sembrare assurdo; si tratta di un fatto constatato da tutti i rabdomanti:
la capacità del pendolo di rispondere a domande, negative o positive
a seconda del senso di rotazione del pendolo stesso. L'ipotesi esplicativa
proposta dalla scienza - fra cui Sir William Barrett - sostiene che, in realtà,
la nostra mente inconscia, onnisciente, già conosce le risposte e inducendo
delle inconsapevoli contrazioni muscolari, fa sì che il pendolo prenda a muoversi
in circolo o avanti e indietro.
Nel periodo trascorso a Cambridge, Lethbridge aveva usato il pendolo per
esplorare psichicamente una gigantesca figura di origine celtica, graffita sulla
superficie di una collina, ma in quel momento sepolta sotto il manto erboso.
(Rimando chi fosse interessato alla vita e alle opere di Lethbridge alla lettura
del mio libro Misteri, del 1978). Ritiratosi dalla vita attiva, Lethbridge
nella sua dimora del Devon aveva continuato a sperimentare sul “potere del
pendolo”. Al posto di un pendolo corto ne adottò uno regolabile, che allungava
o accorciava avvolgendo lo spago di sospensione a un bastoncino che
teneva in mano. Il primo esperimento effettuato con questo pendolo speciale,
era consistito nel ricercare una placca d'argento nascosta sotto un pavimento.
Dopo alcuni tentativi, Lethbridge aveva avuto successo regolando la lunghezza
dello spago del pendolo a 55,88 cm. Poi aveva provato col rame, riscontrando
la regolazione a 77,47 cm. Come controprova, si era mosso per il
giardino mantenendo quella distanza operativa e quando il pendolo aveva
preso a ruotare, scavando nel punto indicato, aveva dissotterrato un pezzo di
un vecchio tubo in rame.
Così procedendo, Lethbridge aveva scoperto che ciascun metallo “eccitava”
il pendolo a una diversa regolazione. Ma era andato ancora oltre. In realtà
ogni sostanza stimolava la risposta circolare del pendolo solo e soltanto su
una “lunghezza” specifica: quercia 27,94 cm; mercurio 31,75; erba 40,64;
piombo 55,88 (come l'argento); patate 99,06. Alcune sostanze, ovviamente,
condividevano la stessa risposta di altre. Lethbridge scoprì che per distinguerle
era sufficiente contare i giri impressi al pendolo: per esempio, sedici
per il piombo e ventidue per l'argento.
A questo punto, certo di aver fatto una scoperta straordinaria, Lethbridge era
diventato ambizioso, perdendo il giusto senso della misura. Uno dei più strani
e più assurdi fenomeni legati a questo fenomeno paranormale è la cosiddetta
“rabdomanzia mappale”. Sembra davvero strano, ma è appurato che un
buon rabdomante è in grado di indicare vene sotterranee di acqua semplicemente
facendo oscillare un pendolo su una cartina geografica. Ma, chiaramente,
a questo punto siamo costretti ad abbandonare ogni possibile spiegazione
scientifica per entrare nel regno dell'ESP (la percezione extrasensoriale)
o dei poteri sconosciuti della mente. E in questa direzione Lethbridge aveva
compiuto il passo successivo, così ragionando: se il pendolo funziona benissimo
su uno strumento astratto come una cartina geografica, perché non
dovrebbe farlo in altri frangenti e ambiti, quali l'amore, la rabbia, l'evoluzione,
la morte? Bisognava però scoprire l'eventuale differenza nella risposta fra
l'uomo e la donna. Assieme con la moglie Mina, Lethbridge avevano scagliato
alcune pietre contro un muro e poi le aveva testate col pendolo. Quelle
lanciate dalla moglie (donna) erano sintonizzate su un valore di 73,66 cm,
mentre le sue (uomo) su un valore pari a 55,88.
Altri campioni di pietre - per esempio, alcune lavorate risalenti all'Età del
Ferro - si attestarono su un valore pari a 101,6 cm. Voleva forse dire - si era
chiesto Lethbridge - che quelle pietre, scagliate contro il nemico nel corso di
una battaglia, erano sintonizzate sulla lunghezza d'onda della rabbia e della
violenza? Per questa ipotesi, Lethbridge aveva concentrato il pensiero su alcune
persone che gli stavano cordialmente antipatiche e aveva scoperto che il
pendolo offriva una risposta proprio se sintonizzato su quello stesso valore.
Con questo Lethbridge riteneva di aver ampiamente dimostrato, con sua
grande soddisfazione, che ogni emozione, ogni idea, ogni sostanza presenta
una sua propria, univoca sollecitazione nei confronti del pendolo. La morte
valeva 101,6, cm al pari del nero, del freddo, dell'ira e del sonno, come si
può ben notare tutte idee fra loro interconnesse. Suddiviso un cerchio in quaranta
segmenti e collocati in ciascuno di essi le qualità o gli oggetti relativi
alla corrispondente frequenza, Lethbridge aveva anche scoperto che i precisi
“opposti”, stavano esattamente dove la logica avrebbe suggerito di trovarli:
la sicurezza a 22,86, il pericolo a 73,66; il profumo a 17,78, un cattivo odore
a 68,58 e così via.
Un giorno, soprapensiero e quasi senza accorgersene, aveva provato a collocare
le diverse sostanze a una distanza dal centro del cerchio corrispondente
a quella della loro sintonizzazione col pendolo - così, per esempio lo zolfo
a 17,78 cm lungo la corrispondente linea, il cloro a 22,86 lungo la corrispondente
linea e così via - quindi aveva unito i punti individuati fra di loro ricavando
una figura a spirale. Le spirali (i vortici, più in generale) sembrano
giocare un ruolo significativo in tutte le religioni primitive e sono state ritrovate
graffite sulle pareti di grotte preistoriche. Il vortice, infatti, ingloba in sé
alcune primordiali, importanti idee. Ora, per quanto Lethbridge aveva constatato,
osservando la sua spirale, si trattava di una figura che si andava sviluppando
all'infinito. Come mai la “spirale rabdomantica” si fermava a
101,6?
La cosa l'aveva stuzzicato e allora si era spinto al di là di questa soglia,
estendendo l'escursione del pendolo oltre questa misura. Scoprì che ogni sostanza
reagiva alla sua propria frequenza, ma anche ad essa più questo particolare
valore. Ma c'era di più. Facendo muovere il pendolo, per esempio, su
un campione di zolfo, la reattività dello strumento non solo era più rapida, ma
rivelava una leggera deviazione laterale, un fenomeno constatabile con qualsiasi
altro campione di prova. Insomma, era come se nel regno che andava oltre
la soglia fatidica le energie in campo subissero una lieve diffrazione, un
po' come una pietra collocata dentro un boccia per pesci, che all'osservazione
appare leggermente discosta dalla sua reale collocazione. Estendendo la
distanza operativa a un valore doppio e poi ancora aumentandola secondo
multipli aggiuntivi del valore base, Lethbridge constatò che il fenomeno persisteva
in tutti i casi.
Le deduzioni che Lethbridge trasse da queste sue meticolose e pazienti osservazioni
possono sembrare arbitrarie, malgrado i suoi sforzi di renderle il
più possibile plausibili. Se la morte e la distruzione si attestavano su un valore
di 101,6, perché non immaginare che un valore doppio non potesse significare
una realtà “al di là della morte” oppure che un valore tre volte superiore
non indicasse qualcosa che si spingeva ancora oltre e così via, fino all'infinito?
(Lethbridge non spinse le sue prove oltre queste già consistenti misure,
trovando pressoché impossibile utilizzare un pendolo con una sospensione
così lunga).
Fra le tante singolari e curiose scoperte che Lethbridge sostiene di aver ottenuto,
c'è anche la constatazione che nei valori che contraddistinguono il
nostro mondo - vale a dire quelli compresi al di sotto della sintonizzazione
della morte che vale 101,6 cm - sembra non essercene uno per la dimensione
del tempo. Ciò forse accade perché in questa dimensione siamo “dentro”
al tempo e dunque la sua condizione in questo stato è, come dire, stazionaria,
allo stesso modo in cui una barca sembra ferma quando la corrente la trascina.
Sul secondo livello energetico, oltre al valore di 101,6 cm, il tempo trova
una risposta a 152,4 cm, eppure, abbastanza singolarmente, anche in questo
status sembra non segnalare un processo di movimento. (Confesso, pur sfoderando
tutta la mia buona volontà, di non capire bene che cosa significhi tutto
questo). Per non dire che spingendoci ancora oltre, la sua dimensione sembra
scomparire del tutto.
Lethbridge ama concludere osservando che su una stessa lunghezza d'onda
o vibrazione si possono allineare più mondi che si compenetrano. Per quanto
ci riguarda, però, il mondo, la realtà che si spinge oltre la soglia dei 101,6 cm
non ci è percepibile perché vibra con troppa rapidità, allo stesso modo in cui
non riusciamo a fissare l'immagine di un treno quando ci sfila davanti ad alta
velocità. Esistono, tuttavia, delle persone speciali, i sensitivi, i medium che
sono in grado di sintonizzarsi anche su queste più rapide frequenze, riuscendo
a cogliere alcuni lampi di questo livello superiore di realtà.
Lethbridge è un personaggio interessante perché non iniziò la sua attività di
ricercatore come parapsicologo, ma come archeologo, avvezzo al metodo
scientifico. La formidabile consistenza della teoria delle “altre realtà” lo convinse
poco alla volta, e solo a seguito di eccezionali esperienze che lui stesso
riusciva a capire con difficoltà e, tanto più arduamente, a cercare di spiegare
agli altri. Sovente non si spingeva oltre il segno indicatogli dai fatti che
constatava, anche se molte volte erano gli stessi fatti a forzargli la mano per
andare oltre. Alcune esperienze personali, per esempio, lo convinsero della
realtà dei fantasmi, del poltergeist e di quegli strani fenomeni che definiva
semplicemente “demoni”, quelle spiacevolissime sensazioni che assalgono
uno spirito sensibile che viene a trovarsi in luoghi che sono stati teatro di avvenimenti
tragici e tristi. Malgrado tutto, Lethbridge preferì sempre immaginare
una teoria più scientifica, appellandosi, per esempio, all'idea di una “registrazione
magnetica”, come se gli eventi e i fatti umani, con il corredo di
tutte le loro emozioni, fossero costituiti da un campo elettrico.
Lethbridge è morto nel 1971, ma, di certo, non avrebbe esitato a condividere
la teoria dei vortici ideata da Ash e l'ipotesi correlata, secondo la quale i
fenomeni del paranormale potrebbero spiegarsi in termini di super energia
(oppure, come abbiamo appena visto, in termini di vibrazioni superiori). Una
sola cosa Lethbridge avrebbe aggiunto: che ogni piano di realtà vanta il proprio
livello energetico e che i livelli sono pressoché infiniti.
Il concetto dei livelli è un'idea base dell'occultismo.
Secondo Madame Blavatsky esistono sette diversi livelli di
realtà, con i primi tre, rispetto a quello
centrale, appartenenti a un ordine discendente, gli ultimi tre a uno ascendente.
La Terra si colloca al quarto livello, fra i più densi e pesanti. Tuttavia, questa
caratteristica è egualmente positiva, perché sottintende la possibilità dell'uomo
di aspirare a conquiste superiori, raggiungendo livelli più elevati; come
uno scultore riesce a creare un'opera d'arte più duratura e nobile lavorando
il duro, ma resistente marmo, piuttosto che la duttile, ma fragile creta.
Un altro pensatore che ha tentato di colmare il vuoto esistente fra la scienza
e il paranormale, è Arthur Young, l'inventore dell'elicottero
Bell (chi è interessato alla storia di Young veda il mio libro dal titolo Misteri, edito nel
1978). In The Reflexive Universe anche per Young esistono «sette livelli di
esistenza», che comprendono, in ordine: particelle subatomiche, atomi, molecole,
piante, animali, esseri umani e quello che potrebbe definirsi la “vera
umanità”, vale a dire quelle persone che si stanno già muovendo verso la settima
condizione di realtà, che è quella della luce.
Alla maggior parte degli scienziati, queste osservazioni sanno troppo di misticismo;
eppure lo sviluppo scientifico più eccitante della seconda metà del
XX secolo è stato proprio il riconoscimento da parte degli studiosi che una
buona parte della teoria della relatività e della fisica dei quanti presenta degli
aspetti per la cui definizione il termine “mistico” sembra essere l'aggettivo
ideale. Un esempio vale più di mille parole. Consideriamo il singolare paradosso
del “fotone che interferisce con se stesso”. Riprendo il racconto dal
mio libro Beyond thè Occult:
Se si lancia un raggio di luce attraverso un piccolo foro, dall'altra parte proiettandosi su
uno schermo (o su una lastra fotografica) darà forma a un cerchio di luce. Se i fori sono
due e vicini, il risultato - come logico attendersi - saranno due cerchi di luce in parte sovrapposti.
Sulle zone di sovrapposizione si notano però delle linee scure. È un fenomeno
dovuto all'interferenza dei due raggi, la stessa cosa che capita quando due veloci flussi
di traffico si innescano su una stessa rotonda stradale. Provate adesso a immaginare
che il raggio di luce sia controllato in modo tale da far sì che solo un fotone alla volta
possa transitare attraverso ciascun foro. Sulle immagini che si vanno a fermare sulla lastra
fotografica uno penserebbe di non trovar più le linee scure di interferenza. Ed invece
esse ci sono, come se niente fosse cambiato. Ma come è possibile che un fotone possa
interferire con se stesso? E come può “sapere” che deve indirizzarsi in un foro anziché
in un altro? È forse dotato di qualità telepatiche, come suggerisce, quasi celiando,
Einstein?... O forse si scinde in due per andare a occupare ambedue i fori? Un rilevatore
fotonico posto a controllo dice che non accade questo: un solo fotone alla volta transita
per un foro alla volta. Non appena però ci mettiamo ad osservare questo passaggio e la
sua conseguente proiezione, una cosa salta subito all'occhio: le bande scure di interferenza
sono scomparse. La soluzione più credibile è che quando viene osservato, il fotone
si comporti come un treno d'onda passando contemporaneamente attraverso i due fori
suscitando l'interferenza, mentre quando non è tenuto sotto controllo dall'osservatore
esso torna a comportarsi come una singola particella, una pallina dalle infinitesime dimensioni.
Nel 1957 il fisico di Princeton, Hugh Everett III ha suggerito un'idea poco
canonica per spiegare ciò che potrebbe accadere. L'onda che chiamiamo
quanto o pacchetto di energia non è un'onda reale. Siamo noi a imporle di esserlo,
schiavi del modo di ragionare della nostra mente. Più esattamente si
tratterebbe di una “onda di possibilità”. (Si tratta della stessa idea di fondo
che sottende il celebre principio di indeterminatezza di Heisenberg - per il
quale non è possibile nello stesso istante valutare assieme la velocità e la collocazione
di un fotone - e al divertente paradosso del gatto proposto da
Schròdinger, secondo il quale un gatto chiuso in una scatola non può essere
né vivo né morto, ma può trovarsi in una condizione, in uno stato “intermedio”).
Se, alla luce dei fatti, i due piccoli fori possono in tutti i modi presentare
interferenze anche al passaggio di un solo fotone alla volta,
significa allora che le due ipotesi alternative (treno d'onda
e singola particella) possono
convivere l'una a fianco all'altra. Ma dove? Everett sostiene che una possibilità
si muove in un “universo alternativo” parallelo. In questo scenario potrebbe
accadere che una moneta lanciata in aria offrirebbe contemporaneamente
in una dimensione il verso della testa e nell'altra il verso della croce,
vale a dire due modi diversi di porsi davanti all'osservazione del mondo. Un
treno d'onda sono due particelle diverse in due mondi differenti, anche se,
per essere ancora più precisi, si dovrebbe dire molti mondi differenti, dal momento
che ogni particella potrebbe potenzialmente dare vita a infinite altre
realtà.
Il lettore che trovasse queste idee completamente assurde provi a leggere
Parallel Universe (1988) del fisico Fred Alan Wolf, in cui molte delle implicazioni
di queste idee sono sviluppate in un mondo che, al confronto, quello
di Alice nel paese delle meraviglie impallidirebbe.
Un altro fisico, Sir Fred Hoyle, sostiene che il paradosso del quanto può
spiegarsi soltanto se immaginiamo che sin da adesso le possibilità future siano
in grado di influire sul presente e che dunque il futuro già esista in termini
quanto mai concreti e reali - una possibilità ben nota a chi si occupa di precognizione
- capaci di manifestarsi in alcune persone tramite i caratteristici
flash di preveggenza nel futuro.
Non ci sono dubbi che lo stimolo, quasi la necessità, di elaborare una teoria
completa e di fondamento che riesca a abbracciare la scienza tradizionale e i
fenomeni del paranormale costituisce una delle spinte intellettuali più energiche
di questo ultimo secolo. Anche se, indicata in questi termini, si continua
a sbagliare, parlando di scienza e paranormalità come se fossero due categorie
di fatti fra loro completamente separati, invece che parti, sebbene diverse,
di una stessa realtà, di un unico, medesimo universo. È uno dei grandi temi dibattuti
nel suo ultimo libro, La crisi delle scienze europee dal filosofo contemporaneo
Edmund Husserl, quando, fra le altre osservazioni, sostiene che
dobbiamo ai Greci la divisione della realtà nel mondo fisico e in quello delle
idee. Poi era venuto Galileo, che aveva insegnato a trattare il mondo in termini
matematici e da quel momento la scienza si era solo dedicata allo studio
della realtà quantizzabile e poiché la più parte degli scienziati si era poi rifiutata
di ammettere qualsiasi altra eventuale forma di realtà che non ricadesse
in quella da loro prevista, tutta la scienza aveva spostato il baricentro della
sua attività. (Questo, in pratica, è ciò che intende Alfred North Whitehead
quando accusa la scienza di possedere una natura “biforcuta”, duplice, perché
divide la realtà nel regno della solidità della fisica e in quello, altrettanto importante,
dell'esperienza vissuta, della vita, dell'arte, della religione e della filosofia).
Husserl invita a prendere per un proficuo attimo le distanze dalla
considerazione della scienza così come l'abbiamo intesa fino ad ora per poterla
“ripensare” e ristrutturare in modo che possa ricomprendere l'intero e totale
spettro della nostra realtà di uomini. Husserl, ovviamente, non è per nulla
interessato al paranormale ed è per questo che la sua disamina è tanto più
importante, in quanto dimostra come un filosofo (il quale, detto per inciso,
aveva iniziato la sua carriera scrivendo un libro di matematica) alla resa dei
conti approdi alle stesse considerazioni di ordine filosofico vicine a quelle
elaborate sia da Lethbridge che da Ash, partiti da tutt'altre posizioni.
Nel libro Science of thè Gods, Ash e Hewitt si sforzano di dimostrare come
la teoria dei vortici riesca a spiegare molte tipologie di fenomeni paranormali
in termini scientifici, dai fantasmi ai miracoli, dalla reincarnazione alla
questione ufologica. Si tratta, senza dubbio, di un programma eccitante e provocatorio,
che a volte però, non potendone fare a meno, pare scivolare nella
non obiettività; ma che si riporta con estrema attualità a quanto sostenuto da
Kelvin.
Come il lettore ricorderà, nel 1867 Kelvin disse di essere stato scosso da
una “visione” e da quella era scaturita la sua teoria atomica fondata sui vortici,
la quale, per quanto rinnegata, aveva gettato le fondamenta per la costituzione
di un quadro della scienza assai più onnicomprensivo della realtà nell'interezza
della sua unità.
 
CAPITOLO 21.
LA MISTERIOSA MORTE DI MARY ROGERS.

Quella che all'epoca dei fatti - il 1841 - venne considerata con grande scalpore
la misteriosa morte della “sigaraia” Mary Rogers, oggi a New York meriterebbe,
sì e no, un trafiletto in qualche angolo di pagina di un quotidiano.
Il fatto che il caso non venne mai risolto fu la molla che mosse l'interesse di
Edgar Allan Poe, che lo seppe trasformare nella più classica delle storie poliziesche.
A circa mezzo secolo di distanza dalla morte della ragazza, si ritenne
che l'ipotesi suggerita da Poe potesse in parte essere corretta, al punto che
uno scrittore arrivò a pensare che lo stesso Poe potesse essere coinvolto nel
fattaccio.
Mary Cecilia Rogers era nata a New York nel 1820. La madre, rimasta vedova
quando la bimba aveva solo cinque anni, sbarcava il lunario gestendo
camere in affitto in Nassau Street. Crescendo, Mary era diventata una gran
bella ragazza slanciata, dai capelli corvini. La sua avvenenza aveva attirato
l'attenzione di un negoziante, certo John Anderson, che mandava avanti un
negozio di sigari a Broadway, il quale le propose di diventare la sua commessa,
la sua sigaraia. Proposta alquanto spudorata, se si pensa che la New
York del tempo era ancor più “vittoriana” e bigotta di Londra e che una rivendita
di sigari era ovviamente solo frequentata da uomini, giovani e meno
giovani, più o meno incalliti fumatori. “Esporsi” davanti a una tale clientela
non era visto di buon occhio. La madre, infatti, si era opposta, ma alla fine
l'entusiasmo della ragazza era riuscito a prevalere anche sulle sue obiezioni.
In breve il lavoro di Mary aveva dato ottimi frutti, attirando al negozio molti
nuovi clienti, questo sebbene - così come viene sottolineato da Thomas
Duke nel suo libro del 1910 intitolato Celebrated Criminal Cases of America
- «la giovane continuasse a mantenere un comportamento assolutamente irreprensibile.
Anche se a volte il suo sorriso pareva accattivante e pieno di
promesse, non c'era profferta che non venisse sonoramente respinta».
Dopo aver lavorato assiduamente per dieci mesi nel negozio di Anderson,
un giorno del gennaio del 1841 Mary non si era più presentata, era come sparita
all'improvviso. La madre non aveva la minima idea di dove potesse trovarsi.
Scrive Duke: «Anche il suo datore di lavoro, il signor Anderson, non
sapeva capacitarsi della sua scomparsa». La polizia si era attivata e la notizia
era comparsa sui giornali. Ma sei giorni dopo, Mary era riapparsa, tirata e all'apparenza
malata, dicendo che era andata a fare visita ad alcuni parenti lontani.
Mamma e datore di lavoro si erano accontentati della spiegazione.
Quando però nel quartiere erano incominciate a girare voci in cui si diceva
che Mary durante l'assenza dal negozio era stata vista in compagnia di un
bell'ufficiale della Marina, la ragazza, a soli pochi giorni dal rientro a casa,
era di nuovo scomparsa da Broadway, questa volta definitivamente. Un mese
dopo la madre aveva ricevuto la notizia del suo fidanzamento con un uomo
che era stato un suo affittuario, un impiegato di nome Daniel Payne.
Cinque mesi dopo, domenica 25 luglio 1841, alle 10 in punto del mattino
Mary aveva bussato alla porta del fidanzato annunciandogli che stava per recarsi
a trovare una zia in Bleecker Street. Payne le aveva risposto che sarebbe
passato a chiamarla verso sera. Il giovane aveva pure lui passato la giornata
fuori casa, poi, scoppiato un violento temporale, aveva deciso di rientrare,
senza passare da Mary, che avrebbe così potuto dormire dalla zia. La madre
anche si era detta d'accordo. Ma quando il giorno dopo Mary non aveva
fatto ritorno a casa, la madre aveva incominciato a preoccuparsi. Quando
Payne, tornato dal lavoro, lo aveva saputo si era precipitato a casa della zia -
una certa signora Downing - vedendo crescere ulteriormente la sua agitazione
nel venire a sapere che la ragazza non era affatto andata a farle visita.
Due giorni dopo, il mercoledì, tre pescatori su di una barca, mentre si trovavano
nelle acque di Castle Point, a Hoboken, avevano rinvenuto il cadavere
di una donna. Era la povera Mary. Stando alla cronaca riferita dal «New
York Tribune», il corpo era «orribilmente mutilato e seviziato». Mary era
completamente vestita, anche se gli abiti erano tutti rovinati e le mancava il
bustino. Un pezzetto di pizzo strappato dall'orlo della gonna le era stato conficcato
così profondamente nella gola da non essere neppure visibile a una
prima osservazione. L'autopsia confermò ciò che ci si aspettava: la ragazza
era stata brutalmente violentata. Abbastanza stranamente, il fidanzato, Daniel
Payne, si rifiutò di andare a riconoscere il corpo, pur essendo stato fra i più
attivi ricercatori della ragazza per tutta la città, Hoboken compresa. Dopo essere
stato interrogato dalla polizia Payne era stato subito rilasciato.
Passata una settimana senza alcuna novità, era stata fissata una lauta ricompensa.
Poi il coroner aveva ricevuto la lettera anonima di un uomo - il quale
giustificava il periodo di silenzio per motivi che definiva di “prudenza” - che
diceva di aver visto Mary Rogers la domenica pomeriggio, giorno della sua
sparizione. La ragazza era scesa da un'imbarcazione con sei loschi figuri e
con loro si era inoltrata nel bosco, ridendo e scherzando ad alta voce, come
se non ci fosse stato alcun problema né costrizione. Immediatamente dopo,
era attraccata una barca da cui erano scesi tre gentiluomini. Uno di questi,
fermati due pescatori, aveva domandato se avessero per caso notato una ragazza
in compagnia di sei uomini. La risposta, ovviamente, era stata affermativa.
Uno dei pescatori aveva anche sottolineato l'allegria della ragazza.
Dopo di che il trio era risalito in barca per dirigersi verso New York. Rintracciati,
i due avevano confermato ogni cosa. Tuttavia, pur conoscendo Mary
di vista, nessuno di loro si sentiva di asserire in tutta certezza che la giovane
ridente fosse davvero Mary Rogers.
La successiva importante informazione era arrivata da un cocchiere, certo
Adams, il quale disse di aver notato Mary arrivare allo scalo Hoboken in
compagnia di un uomo ben piantato, vestito elegantemente. Si erano fatti
condurre alla taverna “Nick Mullen's”. La locanda era tenuta da una certa signora
Loss, la quale testimoniò alla polizia che la coppia, dopo essersi «riposata
e rinfrescata», se n'era andata dirigendosi verso il bosco. Qualche momento
dopo aveva udito delle grida provenire da laggiù, ma dal momento che
il luogo «non era proprio un posticino raccomandabile» non ci aveva fatto caso
più di tanto.
A due mesi dall'assassinio, il 25 settembre, alcuni ragazzi che stavano giocando
nel bosco avevano trovato il corpetto mancante di Mary assieme a un
biglietto, e poi una sciarpa in seta, un parasole e un fazzoletto con le iniziali
“M.R.”. Il fidanzato di Mary, Daniel Payne, qualche tempo dopo si suicidò in
quello stesso punto.
Venne arrestato un giocatore d'azzardo, Joseph Morse, che viveva in Nassau
Street, sospettato dell'omicidio, dal momento che alcuni testimoni dichiaravano
di averlo visto in compagnia di Mary la sera in cui era scomparsa.
Combinazione, proprio il giorno dopo l'assassinio, Morse aveva lasciato
New York. Fatti gli opportuni accertamenti, Morse era però stato rilasciato, in
forza di un alibi, come si suol dire, di ferro, avendo ampiamente dimostrato
di aver trascorso il pomeriggio di domenica a Staten Island in compagnia di
un'altra giovane donna. In un singolare resoconto, comparso sul quotidiano
«Tribune», si lesse che Morse era convinto che la giovane donna con la quale
aveva trascorso la giornata fosse Mary Rogers e che quando aveva saputo
del corpo ritrovato aveva paventato si fosse suicidata a seguito di ciò che era
successo fra loro: lui aveva tentato di usarle violenza, mentre si trovavano
nella sua camera. Quando era venuto a sapere che la ragazza era ancora viva
e vegeta, aveva tirato un gran respiro di sollievo. Questo per quanto riguardava
le indagini.
L'anno dopo, nel 1842, usciva in tre puntate su «Snowden's Ladies' Companion»
il racconto di Poe intitolato Il mistero di Marie Roget. Chiunque creda
di trovarvi la soluzione del delitto vero, quello di Mary Rogers, è bene
consideri la questione con estrema precauzione. Poe immagina che Mary non
sia stata uccisa da una banda, ma da un solo individuo. Il solo scopo sarebbe
stato quello della violenza sessuale. Quando, qualche tempo dopo però, venuto
a sapere della ventilata ipotesi che la ragazza fosse morta a seguito di un
aborto, Poe aveva rivisto la sua storia, modificandola in parte. Dai segni di
lotta rintracciati nel bosco e dalle tumefazioni del volto, Poe dedusse che la
ragazza venne uccisa da un uomo solo, perché se fossero stati in tanti a concorrere
alla sua uccisione certamente l'avrebbero massacrata in modo assai
peggiore. Gli abiti arrotolati attorno al corpo, però, avrebbero potuto servire
come punti di presa, delle maniglie, per poterla trasportare, assecondando la
teoria del gruppo, anche se la testimonianza di due dei pescatori che avevano
recuperato il corpo non dava segni di aver notato questo particolare. Ma, a
parte questa osservazione, si deve riconoscere che le obiezioni fatte da Poe a
proposito della teoria del gruppo ebbero comunque un notevole peso.
In un articolo comparso sul numero 152 della rivista «The Unexplained», i
giornalisti Graham Fuller e Ian Knight suggeriscono l'ipotesi che lo stesso
Poe potesse essere l'assassino. Stando a un testimone, Mary era stata notata
in compagnia di un uomo, elegante, alto e di carnagione scura. Poe era olivastro
di pelle e solitamente elegante, ma non poteva certo dirsi un uomo alto,
poco più di un metro e sessanta. Forse l'aveva uccisa in un raptus di «pazzia
provocata dall'alcol». Proprio nel 1841, Virginia, la moglie, stava morendo
di tisi e Poe si trovava in una condizione psichica certamente instabile.
Scriverà, più tardi: «Divenni folle, con lunghi intervalli di orribile normalità.
In questi momenti di vuoto bevevo soltanto, solo Dio sa quanto». Eppure non
uno dei numerosi suoi biografi ha mai descritto Poe come una persona violenta,
anzi, molti enfatizzano esattamente il contrario, vale a dire la sua affabilità
e gentilezza. La Storia, lo sappiamo, è piena di uomini di genio dediti
all'alcol - basti pensare a Ben Jonson o a Caravaggio - capaci anche, in condizioni
di alterazione psichica, di sfidare a duello e uccidere un uomo; ma
non esiste un solo caso in cui un artista abbia consumato in modo deliberato
un omicidio. In aggiunta, nessuno fra i testimoni aveva segnalato che l'uomo
visto con Mary Rogers sembrasse ubriaco. È per questo, a nostro avviso, che
la figura di Poe come demoniaco assassino della povera sigaraia deve
senz'altro essere abbandonata e relegata nel reame delle ipotesi fantasiose.
Ciò che Poe nel 1842 sembra non sapere è che il datore di lavoro di Mary,
il signor Anderson, era stato a lungo sospettato dalla polizia, anche se poi,
alla fine, era stato rilasciato come tutti gli altri fermati. Ma mezzo secolo dopo,
nel 1891, erano emersi altri importanti particolari. Si venne a sapere che
Anderson - all'epoca ormai morto da dieci anni - era diventato ricchissimo
e si era trasferito a Parigi. Da quello che aveva raccontato agli amici, aveva
trascorso «giorni terribili a causa di lei» (Mary Rogers) e si sentiva in contatto
col suo spirito. Alla sua morte, gli eredi avevano reclamato le sue fortune
e nel 1891 la figlia aveva contestato il testamento asserendo che quando
il genitore l'aveva siglato non era più in grado di intendere e di volere. Il
caso era approdato in tribunale, ma la documentazione era andata distrutta.
Ma un avvocato, Samuel Copp Worthen, amico intimo di Laura Appleton, la
figlia di Anderson, era venuto a sapere che presso gli uffici dell'impresa gestita
da Anderson esisteva una copia degli atti del caso della Corte Suprema
di New York e si era dato da fare per recuperarli. Ciò che era emerso era stato
oggetto di un lungo articolo che Worthen aveva pubblicato in un numero
del 1948 di «American Literature». Si era così venuto a sapere che nei lunghi
interrogatori cui la polizia aveva sottoposto Anderson, l'uomo era uscito
di testa, al punto addirittura da rinunciare alla sua prevista candidatura a
sindaco di New York, nel timore che qualcuno potesse mai scoprire quel suo
segreto.
Ma la parte più significativa della sua testimonianza stava nell'ammissione
di aver sostenuto per Mary Rogers le forti spese per un aborto e che quel «peso
continuava a portarselo dietro», pur precisando con vigore che «lui, da
parte sua, non aveva nulla a che vedere con quella faccenda».
Questo ben spiegherebbe l'improvvisa assenza di una settimana di Mary e il
suo aspetto stanco e malato al ritorno e forse anche la successiva pressoché
immediata nuova sparizione, dovuta non tanto alle malelingue a proposito
del giovane ufficiale di Marina, quanto alla necessità di prolungare ancora
per qualche tempo la convalescenza.
La teoria proposta da Worthen sostiene che a sei mesi dal primo, Mary era
stata costretta a un secondo aborto e ancora una volta era andata a battere cassa
dal suo datore di lavoro, il signor Anderson. Quando la domenica mattina
era uscita di casa era diretta a Hoboken per sottoporsi all'intervento abortivo.
(Non per nulla, tra le tante, girava anche la storia secondo la quale la signora
Loss, la locandiera, in punto di morte avesse confessato che Mary Rogers era
proprio morta dissanguata a seguito di un aborto non riuscito. Una storia mai
confermata, ma verso la quale ad un certo momento delle indagini si era decisamente
volta l'opinione degli investigatori). Mary, dunque, era morta durante
l'aborto e il corpo era stato gettato nel vicino fiume per coprire l'illecito,
ma soprattutto i protagonisti, l'uomo dalla pelle olivastra visto con lei allo scalo e la famiglia Loss, che aveva affittato la stanza per l'intervento.
Fino a che punto questa ipotesi si adatta ai fatti così come li conosciamo? La
risposta è questa: assai bene, specie se assumiamo come concreta l'eventualità
che il padre del secondo nascituro fosse Daniel Payne, visto che Mary non
aveva intenzione di sposarlo e, probabilmente, non aveva affatto troncato la
precedente relazione con l'altro amante. (Nulla si è chiarito in merito, anche
se è più che plausibile immaginare che l'uomo fosse proprio il signor Anderson).
Ciò assodato, immaginiamo che Payne fosse al corrente che Mary stava
recandosi a Hoboken per sottoporsi all'aborto. Immaginiamo anche che la gravidanza
fosse appena all'inizio e che dunque l'operazione non l'avrebbe stremata
più di tanto, tenendo anche nel giusto conto il fatto che la ragazza già era
andata incontro a un aborto dal quale si era ripresa nel giro di una settimana,
pur uscendone debilitata. Quasi certamente la madre di Mary era al corrente di
ogni cosa. Duke commenta: «Era opinione comune al tempo dei fatti, che la
mamma della ragazza sapesse ben più cose di quante ne aveva confessate alla
polizia a proposito dell'amante segreto della figlia».
Che dire, allora, delle testimonianze a proposito della banda di sei uomini?
Niente di particolare, perché non è affatto detto che quella ragazza fosse veramente
Mary Rogers. Piuttosto, è probabile che la lettera anonima in cui si
raccontava di aver visto Mary inoltrarsi nel bosco in compagnia di sei uomini
sospetti, poteva tranquillamente trattarsi di un falso, una missiva scritta
dalla stessa signora Loss o da uno dei suoi amici: la località di spedizione era
Hoboken. Il passo successivo sarebbe stato quello di convincere due amici a
presentarsi a testimoniare di essere i due pescatori che avevano veduto Mary
entrare nel bosco e, interrogati sul molo, ne avevano dato conferma ai tre misteriosi
uomini eleganti scesi dall'imbarcazione... Il risultato sarebbe stato un
perfetto depistaggio che avrebbe condotto le indagini degli inquirenti verso
tutt'altre direzioni rispetto a quella vera.
Che dire, poi, del corpetto trovato nel bosco? Guarda caso, particolare niente
affatto da trascurare, esso era stato trovato da una delle figlie della signora
Loss. Il corpetto, come tutti gli altri oggetti poi ritrovati, avrebbe potuto essere
stato dimenticato nella stanza, quando, una volta spirata, Mary era stata
prelevata nel cuore della notte per essere gettata nel fiume, e quindi
abbandonato nel bosco in un punto in cui la vegetazione spezzata e calpestata
avrebbe potuto far pensare a una colluttazione.
Infine, che dire in merito alla presunta violenza carnale subita da Mary? Su
questo, in apparenza, sembrava insistere il rapporto del giudice; ma in realtà
non è chiaro se la poveretta venne visitata a questo fine da un medico e, se sì,
quali furono le sue conclusioni. Ciò che di certo si sa è che quando era stato
trovato, il corpo della giovane aveva già iniziato a decomporsi e che, a causa
del torrido luglio di quell'anno, da lì a poche ore era stata inumata, cosa che
avrebbe difficilmente consentito di espletare tutte le operazioni investigative
necessarie sul cadavere. A questo proposito vale ricordare che nel 1841 la
medicina legale stava compiendo i primissimi passi ed è fortemente dubbio
che qualcuno si sia preoccupato di prelevare un campione vaginale per verificare
la presenza o meno di seme maschile. Ciò che a una superficiale osservazione
erano sembrati i segni di uno stupro avrebbero potuto benissimo
essere invece quelli di un disgraziato aborto malriuscito.
Duke riferisce del suicidio di Daniel Payne, il fidanzato di Mary, e scrive:
«Egli si andò ad uccidere nel medesimo punto in cui si diceva che la sua beneamata
ragazza fosse stata violentata». Altri autori si sono interrogati sulla
questione (vedi, per esempio, Charles E. Pearce nel suo Unsolved Murder
Mysteries del 1924). Il suicidio di Payne sembra certamente doversi collegare
al fatto che il figlio che Mary Rogers stava aspettando era suo.
Certo, pensare che uno dei casi di omicidio considerati più intriganti di tutta
la storia del crimine si riduca alla fine molto semplicemente a un tentativo
di aborto non riuscito, è una cosa abbastanza irritante. Ma perché sono ancora
oggi così pochi coloro che lo sanno? In buona parte perché Poe, con il suo
racconto, ha sin da subito depistato da questa traccia. Nell'edizione delle
opere di Poe comparsa nel 1850, a un anno dalla sua morte, il racconto di
Marie Roget compare con una nota a margine in cui si dice: «Vale la pena ricordare...
che le confessioni di due persone - una di queste la signora Dulac
del racconto [corrispondente alla signora Loss] - rese in momenti differenti
molto dopo la pubblicazione hanno rivelato in tutto, non solo la conclusione
generale dei fatti, ma anche i fin minimi dettagli che consentono di ritenere
tali conclusioni senz'altro attendibili». Questo è ovviamente impossibile.
L'unica cosa che la signora Loss sembra abbia ammesso è che la povera
Mary era morta a seguito delle emorragie derivate dall'aborto praticato in
una stanza della sua locanda. Invece l'ipotesi di Poe contempla un uomo che
colpisce in un momento passionale, e che poi trascina il cadavere fino al mare.
La soluzione più credibile opta per una morte avvenuta a causa di un embolo,
una morte che chi aveva agito, d'intesa con la signora Loss, aveva voluto
far credere diversa stringendo una striscia della tela della gonna di Mary
attorno al collo con tale energia da fargliela penetrare nella carne. Poi, insieme,
i due avevano trasportato il corpo fino al mare. Insomma, il racconto di
Poe è tutt'altro che una fedele ricostruzione dei fatti, anzi suona piuttosto come
una grottesca, malriuscita imitazione. Poe non sarà stato, come siamo
convinti, un assassino, ma era di certo un ottimo bugiardo.
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FINE Parte 3.